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Ruanda: il genocidio, quindici anni dopo

Si è conclusa da poco la settimana di lutto nazionale in Ruanda [it] per ricordare, 15 anni dopo, il genocidio di 800.000 persone. A Kigali, la capitale, e a Nyanza, dove ne sono state massacrate più di 5.000, hanno avuto luogo le manifestazioni commemorative [in] nella giornata del 7 aprile. Allo stadio di Kigali c’erano migliaia di candele disposte in modo da formare la parola “speranza” in tre lingue.

La blogger ruandese Negrita’s Chronicles ha invitato i lettori [in] a partecipare alla veglia nazionale al chiarore delle candele in ricordo delle vittime:

Sono passati 15 anni dal genocidio che ha cambiato per sempre il mio Paese e la mia gente.

Il mondo è rimasto in silenzio mentre le grida d’aiuto cadevano nel vuoto.

Unitevi a noi accendendo una candela in memoria di coloro che hanno perso la vita e nella speranza di un futuro di pace, giustizia e concreta riconciliazione.

Nei post successivi, Negrita ha incluso un video [in] della campagna Candele per il Ruanda [in] e la canzone “Never Again” [in] scritta e registrata appositamente per commemorare il Genocidio. È in lingua kinyanrwanda e l’autore è Jean Paul Samputu, cantante di gospel ruandese, ma i ritornelli vengono ripresi in altre lingue (inglese, francese, swahili, kirundi e kiganda) dai numerosi musicisti noti delle diverse regioni.

Kigali: museo del genocidio (Foto diElia Varela Serra)

Foto di bambini vittime del genocidio al Kigali Memorial Center (Foto di Elia Varela Serra)

Martin Leach, responsabile del Dipartimento Inglese per lo Sviluppo Internazionale (DFID) in Ruanda ha preso parte alla cerimonia di Nyanza di cui parla [in] nel suo blog:

Centinaia di persone si sono arrampicate lungo la collina di Nyanza, molte indossavano qualcosa di viola, un foulard, uno scialle, perfino un polsino di colore viola. Il viola è il colore del lutto in Ruanda e ieri, 7 aprile, era il 15° anniversario del genocidio. In cima alla collina mi sono unito alla folla immensa che era lì per la cerimonia commemorativa. Stretto in mezzo a due ambasciatori, ho ascoltato i racconti terribili dei sopravvissuti al massacro, avvenuto proprio dove eravamo seduti noi, e nessuno li ha difesi dagli attacchi brutali dell'esercito.

Ma i giovani sono quelli che mi hanno commosso di più. Ragazze vestite di viola e bianco recitavano poesie in kinyarwandano che invitavano ad aver coraggio, per il futuro, invece di abbandonarsi alla tristezza e al dolore e dei giovani con la scritta “Never Again” sulle magliette e sulle fasce nei capelli hanno cantato, emozionati, l’importanza di non dimenticare mai il genocidio. È stato commovente. Perfino i Ministri del governo avevano gli occhi lucidi nel ricordare le esperienze personali e la perdita dei propri cari. Non riesco proprio ad immaginarlo, un milione di morti in 100 giorni: come ha detto il sindaco di Kigali, “un demone indescrivibile” si era impadronito del Paese.

Michael Abramowitz, del Museo Memoriale dell'Olocausto negli Stati Uniti, era presente alla cerimonia di Kigali. Sul blog World is Witness, Abramovitz racconta [in] la testimonianza di un sopravvissuto di nome Venuste, la cui storia ha commosso la platea:

Venuste, che poteva avere 50 o 60 anni, si fa avanti con un incedere fiero, sicuro, e racconta alla folla ammutolita della sua famiglia e dei vicini che decisero di rifugiarsi nella scuola attigua, l’Ecole Technique Officielle, pensando fosse un luogo sicuro per la presenza di un piccolo contingente ONU di soldati belgi. Ma quattro giorni più tardi, con grande sorpresa di tutti, il piccolo gruppo di militari se ne andò dicendo alle persone radunate nella scuola che la “polizia” li avrebbe soccorsi. I soldati ONU ignorarono le loro suppliche disperate di non lasciarli alla mercé dello stuolo di soldati minacciosi e della milizia armata che circondavano la scuola.
Dopo la partenza dell’ultimo casco blu ONU, Venuste e le altre 5.000 persone nella scuola vennero costrette a mettersi in marcia, subendo le beffarde provocazioni dei miliziani Hutu, dei soldati e dei civili muniti di machete, fucili e altre armi. Alcuni dei sopravvissuti l'hanno definito “il cammino della morte”. Venuste perse il braccio destro, tranciato da uno dei suoi tormentatori. Il gruppo in marcia raggiunse quella collina anonima, venne circondato da una banda di assassini che li aggredì con granate, macete e mazze. Nel giro di poche ore, dice Venuste, “Eravamo in un bagno di sangue”.

Dei circa 5.000 che avevano cercato la protezione dai soldati ONU, se ne salvarono più o meno 100 secondo Venuste, che è ancora vivo perché é rimasto immobile sotto i cadaveri degli altri, mentre gli assassini scrutavano quella carneficina in cerca di segni di vita.

Colpito dallo sviluppo economico del Ruanda, Abramowitz non ha trovato tracce delle atrocità commesse 15 anni prima:

Trovandomi in Ruanda per la prima volta è difficile non essere ingannato dal contrasto fra la violenza efferata di appena 15 anni fa e la calma apparente e la prosperità che regnano nel Ruanda, un Paese che aspira a diventare il fulcro di un'Africa orientale dinamica. Uscendo in auto dalla città, per visitare una chiesa dove ci sono ancora i teschi e gli effetti personali dei Tutsi assassinati, abbiamo visto degli operai che scavavano i canali a lato della strada per alloggiare i nuovi cavi in fibra ottica. Chi è appena arrivato si chiede come è possibile che un Paese così bello, che gli africani stessi descrivono come uno di quelli che funzionano meglio nel continente, abbia conosciuto un periodo di tale e tanta ferocia.

Pescatori ugandesi sulle sponde del lago Vittoria recuperano i corpi che hanno percorso centinaia di miglia lungo il fiume provenienti dal Ruanda (Foto di Dave Blumenkrantz, su licenza di Creative Commons)

Pescatori ugandesi sulle sponde del lago Vittoria recuperano i corpi che hanno percorso centinaia di miglia lungo il fiume provenienti dal Ruanda (Foto di Dave Blumenkrantz, su licenza di Creative Commons)

Anche Colette Braeckman, giornalista belga e autrice di numerosi libri sull’Africa Centrale, era presente alla cerimonia di Kigali e scrive [fr]:

Depuis la foule amassée devant le « jardin de la mémoire » et le monument consacré au génocide, des cris jaillissent, perturbent les discours officiels. A tout moment, des corps convulsés ou immobilisés par les syncopes sont emportés par des ambulances. Lorsque Venuste Kasirika s’empare du micro et raconte son calvaire, son récit est ponctué par les sanglots qui secouent l’auditoire.

Dalla folla riunita davanti al “giardino del ricordo” e al memoriale del genocidio giungono le grida che a tratti interrompono i discorsi ufficiali. Per tutto il tempo le ambulanze portano via persone svenute o in preda a convulsioni. Quando Venuste Kasirika sale sul palco e descrive il suo calvario, il racconto è rotto dai singhiozzi che scuotono la platea.

Camminando nella Kigali di oggi, Braeckman fa un'osservazione analoga a quella [fr] di Abramowitz sul contrasto con un passato così orrendo:

Dans cette cité moderne, ambitieuse, dont les quartiers populaires ont été rasés et les habitants transplantés plus loin, au milieu de ces immeubles abritant des banques, des commerces et des bureaux, au vu de ces parterres taillés au ciseau et de ces espaces verts qui ressemblent à des jardins anglais, comment croire que, voici quinze ans, les bennes de la voirie ramassaient les cadavres à la pelle et les déversaient devant l’hôpital, comme des tas d’immondices ? Au vu de ces gens bien habillés, portant tous des chaussures de ville (les nu pieds sont interdits) comment se souvenir de ces tueurs au regard halluciné, ivres de bière, de chanvre et de haine, ceints d’amulettes, qui brandissaient fusils et longues machettes et traquaient, comme du gibier, leurs voisins tutsis débusqués dans les faux plafonds, les fossés et les fourrés de haies vives?

In questa città moderna e ambiziosa, dove i quartieri popolari sono stati rasi al suolo e gli abitanti trasferiti altrove, fra edifici con banche, negozi, uffici, aiuole curate alla perfezione, e spazi verdi che ricordano i giardini inglesi, come è possibile credere che solo quindici anni fa i camion della nettezza urbana raccoglievano i corpi a palate e li scaricavano negli ospedali, come mucchi di rifiuti? Guardando la gente in abiti da città, tutti con le scarpe (è vietato andare a piedi nudi) si fa fatica a ricordare gli assassini dallo sguardo allucinato, pieni di birra, marijuana e odio, agghindati con amuleti, che impugnavano fucili e machete per dare la caccia, come si fa con i segugi, ai vicini Tutsi costretti a nascondersi nei controsoffitti, nei fossati e nelle siepi.

Yves Zihindula, blogger congolese che vive a Goma, ricorda [fr] il genocidio visto dall’altro lato del confine:

Voici 15 ans jour pour jour, que des centaines de milliers de gens (réfugiés) se sont déversés en République démocratique du Congo. Cette date me rappelle les images abominables des femmes et enfants affaiblis par la faim dans les rues de Goma. Je me souviens avoir vu des cadavres d’homme dans le lac Kivu, jetés depuis la partie rwandaise du lac et emmener par la vague vers les bords du côté congolais. J’ai vu à l’époque des camions à benne transporter des corps humains et déposer dans des fosses communes.

Des souvenirs pas du tout bons. Ça me fait toujours bizarre de réaliser cette tragédie. Des humains s’entretuer. Quand bien même chez les animaux, ces genre des situations arrivent rarement. J’ose espérer que ça ne se répétera plus jamais et que l’Afrique entière (pourquoi pas le monde entier) en a tiré les leçons.

Esattamente 15 anni fa centinaia di migliaia di persone (rifugiati) si sono riversate nella Repubblica Democratica del Congo. Questa data riporta alla memoria le immagini terribili di donne e bambini stremati dalla fame nelle strade di Goma. Ricordo di aver visto i cadaveri galleggiare nel lago Kivu, gettati sulla sponda ruandese e portati sulla riva congolese dalle onde. Ho anche visto i camion dell’immondizia trasportare i corpi e scaricarli nelle fosse comuni.

Brutti ricordi. Fa ancora effetto ricordare questa tragedia. Esseri umani che si ammazzano fra di loro. Neppure fra gli animali accadono queste cose, è difficile. Oso sperare che non si verifichi di nuovo e che tutta l'Africa (e il mondo intero) abbiano imparato la lezione.

Per un’ampia retrospettiva sul genocidio del Ruanda, ci sono questi post in inglese sul blog Stop Genocide: False History, Real Genocide: The Use and Abuse of Identity in Rwanda [Storie false, genocidio vero: uso e abuso dell’identità in Ruanda} e Genocide in Rwanda: “A Distinctly Modern Tragedy” [Genocidio in Ruanda: “una tragedia chiaramente contemporanea”]. .

2 commenti

  • bello, veramente, complimenti

    • grazie Marta, ritengo che il ruolo di “ponte” che tante volte Ethan cita nei suoi discorsi sia più che mai appropriato in questi casi.

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