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Israele: credere nella coesistenza: intervista all'attivista Ibn Ezra

Anche se negli ultimi anni l'elettorato israeliano si è spostato a destra [in], esistono tuttavia degli israeliani che si oppongono alle politiche governative nei confronti dei palestinesi e fanno parte di gruppi come Peace Now [it], Gush Shalom [it], New Profile [in], Machsom Watch [in], Israeli Committee Against House Demolitions [in] e Anarchists Against the Wall [in]. Global Voices Online ha intervistato l'attivista Joseph Dana, autore del sito web Ibn Ezra [in], per parlare della sua attività all'interno di Ta'ayush [in] (”coesistenza”), dell'attivismo pacifista israeliano e dell'uso dei social media per comunicare.

Perché hai scelto il nome Ibn Ezra?

Sono uno studente di filosofia ebraica e così sono venuto a sapere del filosofo ebreo e spagnolo dell'XI secolo Avraham ibn Ezra [in]. Ibn Ezra era un commentatore della Bibbia e ha scritto parecchio sul tema della coesistenza tra arabi ed ebrei nella Spagna musulmana. Dovendo trovare un nome per il mio sito, questa mi è parsa la scelta naturale. Tra l'altro è anche un interessante gioco di parole, visto che ibn Ezra significa letteralmente “figlio di Ezra”, come se noi attivisti discendessimo dal più grande di tutti, Ezra Nawi [in], membro onorario di Ta'ayush e figura di riferimento dei movimenti di sinistra sia israeliani che palestinesi a cui ho voluto rendere omaggio.

Joseph Dana documenta nuove costruzioni in un avamposto vicino agli insediamenti israeliani di Susya, zona meridionale della Striscia di Gaza

Joseph Dana documenta nuove costruzioni in un avamposto vicino agli insediamenti israeliani di Susya, zona meridionale della Cisgiordania.

Raccontaci qualcosa su Ta‎’ayush. Come ti ci sei avvicinato?

Sin dall'inizio, Ta'ayush ha realizzato soltanto azioni dirette, senza manifesti e dibattiti ideologici. In questo modo, il gruppo che è andato formandosi ha voluto rovesciare la tradizionale scala di priorità: dopo aver capito che i comunicati non sempre superano la prova ‘della verità’, si è scelto il ricorso all'azione come unico mezzo per trasmettere il rifiuto alla reiterazione delle incursioni, per essere presenti nei luoghi degli eventi. La strategìa adottata pertanto è quella dell'azione diretta e non violenta pensata attraverso procedure decisionali in grado di rappresentare il consenso democratico. A fine dicembre 2000, Ta'ayush ha anche redatto una carta di posizionamento politico, ma la sua elaborazione ha richiesto troppo tempo ed energia. Si è così deciso di abbandonare questo percorso, puntando invece al coivolgimento di chiunque si identifichi con i nostri interventi, ideati per esprimere delle posizioni chiare. Proteste fatte di azioni concrete, per opporsi alla segregazione quotidiana tra arabi ed ebrei in Israele, all'occupazione, agli stenti, alla chiusura, alle limitazioni di movimento e alle incursioni militari di Israele nei Territori Occupati.

Come cittadino israeliano-americano, che segue con interesse il conflitto e si oppone all'occupazione, ciò che mi ha colpito di Ta'ayush è stata la sua eterogeneità in termini di voci e punti di vista. Gran parte delle organizzazioni e dei gruppi simili sono in realtà profondamente ispirati da rigide prospettive ideologiche. Ta'ayush, nonostante l'oppozione radicale all'occupazione, non applica gli assunti fondamentali di alcuna idelogia e non si pone obiettivi a lungo termine. Si concentra sull'azione diretta settimana dopo settimana. Come ebreo israeliano, poi, credo sia importante lavorare con i miei compatrioti che vogliono abbattere le barriere tra palestinesi e israeliani, ma senza far ricorso alla solita retorica anti-israeliana come fanno altri gruppi.

Il tuo lavoro sostiene i palestinesi, li aiuti a resistere alle azioni di colòni [it], esercito e polizia, ma i tuoi video sembrano parlare dell'attivismo in sé, non della causa palestinese in particolare. Lo fai perché il tuo è un pubblico israeliano?

Molto spesso siamo noi a interagire direttamente con colòni e soldati. In queste occasioni, i palestinesi tendono comprensibilmente a stare in disparte perché a loro si applicano procedure giuridiche diverse. Tanto per essere chiari, se un israeliano viene arrestato ha il diritto di vedere un giudice entro 24 ore mentre un palestinese può restare in cella anche per tre giorni. Per questo motivo i palestinesi preferiscono lasciare che siano gli attivisti israeliani a interagire con soldati e colòni.

Un altro aspetto importante delle nostre iniziative è quello di mostrare, nello stato di diritto, l'interazione tra israeliani e soldati/colòni all'opinione pubblica israeliana e alla comunità ebraica americana (il sito web è in inglese proprio perché il mio pubblico di riferimento è americano). Voglio sottolineare il quadro per cui gli israeliani che aiutano i palestinesi perdono alcuni diritti e sono per questo in grado di comprendere la sofferenza dei palestinesi, che vedono negati i loro diritti ogni giorno. L'obiettivo è raccontare questo fenomeno e mostrarlo alle comunità ebraiche in tutto il mondo.

Pensi che l'attivismo contro l'occupazione sia diminuito o cresciuto in Israele ultimamente? In generale, come sono percepiti gli attivisti israeliani? Le grandi testate israeliane danno spazio alle iniziative di protesta?

Negli ultimi dieci anni Israele si è spostato sensibilmente verso destra poiché la società ha ampiamente accettato la linea dell'occupazione e la tesi dell'assenza di un interlocutore palestinese. La linea dei governi di “sinistra” sugli insediamenti successivi al conflitto del '67 [it] e l'offensiva a Gaza hanno esposto la debolezza dei partiti tradizionali di sinistra come il Labor [it] e Meretz [in]. Per questo è come se la sinistra israeliana fosse morta. Al suo posto, però, si sta formando una nuova sinistra. Un movimento concentrato sull'azione diretta contro l'occupazione e altamente critico nei confronti di servizi militari e di sicurezza israeliani.

Questo fronte sta guadagnando consensi e visibilità, sebbene sia ancora una minoranza, ma gran parte degli israeliani lo considera un movimento radicale e discutibile. Di conseguenza gli attivisti sono spesso marginalizzati in ambito pubblico. Per correttezza, però, devo dire che le organizzazioni che seguono l'occupazione, Peace Now, B'tselem [it] e Yesh Din [in] su tutte, godono di un certo rispetto e stanno diventando importanti risorse di informazione.

Per quanto riguarda la copertura mediatica delle nostre iniziative, le grandi testate si limitano a trasmettere i filmati delle violenze dei colòni. Quello che non fanno è mandare in onda storie o filmati in cui l'IDF [it] usa la violenza contro i pacifisti israeliani. Questa linea non è stata ancora oltrepassata in Israele poiché l'opinione pubblica non mette in dubbio l'autorevolezza dell'IDF.

Ho sfruttato moltissimo i mezzi di comunicazione digitale per far conoscere le iniziative di Ta'ayush e ci sto riuscendo bene. Il mio sito [in] è ormai una fonte preziosa di filmati e commenti sulla realtà dell'occupazione a sud della Striscia di Gaza. Gli aggiornamenti live su Twitter (@ibnezra [in]) pubblicati direttamente dalla Striscia hanno raggiunto il pubblico internazionale, spero solo che questa ondata possa crescere mentre l'opposizione degli israeliani contro l'occupazione continua trovare maggiore spazio.


[Proprio adesso l'esercito si accinge ad arrestare dei pacifisti a Safa …]

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