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Somalia: al via un network indipendente per giornalisti e blogger

Il Somali Media Centre [in], rete di giornalisti e blogger somali che vivono in Somalia [it] e all'estero, diffonde informazioni pubblica i blog curati dai giornalisti.

Il Somali Media Centre è un forum indipendente per i giornalisti somali che vivono in patria o all'estero. È stato fondata per promuovere una tipologia di giornalisti capaci, che lavorano sodo e che hanno dedicato la vita al servizio del proprio popolo, in tutto il mondo.

La Somalia è stata etichettata come uno Stato fallito, un Paese associato all'idea della morte, ai conflitti civili di lungo corso, ai signori della guerra, al terrorismo e alla pirateria moderna. Ma una delle migliore notizie degli ultimi anni è stato l'emergere dei media indipendenti e della libertà di pensiero. Ciò nonostante, la dedizione alla verità e alla sua divulgazione comportano un prezzo.

Il Centro pubblica i blog aggiornati e gli articoli scritti da giornalisti, coordinando inoltre il lavoro tra giornalist somali e non somali, fornendo a questi ultimi che si recano in nel Paese una prima serie di consigli e contatti. Inoltre il Centro collabora con le maggiori testate giornalistiche che commissionano, producono e sono interessate a notizie sulla Somalia o sulla regione del Corno d'Africa.

Solana Larsen ci parla delle origini del progetto del Somali Media Centre [in]:

Nel caso non l'abbiate indovinato, non sono somala.

Mentre frequentavo la scuola di giornalismo a Londra c'era un studente di nome Harun Hassan cui rivolgevo molte domande sulla vita a Mogadiscio e sulla politica somala. Dopo il diploma, siamo rimasti amici e l'ho invitato a scrivere su openDemocracy.net, dove ho lavorato come editor per qualche anno. In seguito, sono diventata managing editor di Global Voices Online, dove ci capitava di pubblicare articoli sui blogger somali.

Harun mi proponeva articoli che riguardavano la comunità somala londinese. Aveva creato una rassegna stampa, su carta, in somalo, e a un certo punto si è rivolto a me per creare il sito di una cosa che chiamava Somali Media Centre.

La copertura mediatica sulla comunità somala in Inghilterra era così negativa e imprecisa, che per Harun l'unico modo per correggerla era facilitare ai giornalisti del Regno Unito la conoscenza di altri giornalisti e ricercatori somali con cui discutere.

Così abbiamo messo su un sito e un blog, ma presto fummo presi da altrii mpegni e il progetto rimase in sospeso.

Il sito online ora è il secondo tentativo di creare un network con strumenti a disposizione di giornalisti somali e di altre provenienze per migliorare la comprensione globale sui somali e sulla Somalia.

Ecco di seguito una panoramica sugli ultimi post pubblicati dal Somali Media Centre:

In un post intitolato Affair to Remember [in], Fathia Absie scrive dell'arresto di Joshua Asisa, un peace-keeper di stanza in Somalia, per aver iniziato una relazione con una giovane somala:

La corte militare di Kampala ha condannato Joshua Asisa a un anno e mezzo di prigione. Il signor Asisa, che è membro della missione di peace-keeping AMASOM è stato riconosciuto colpevole di aver avuto una relazione con una donna di nome Nimco Omar, averla messa incinta dopo averla sposata con l'inganno facendole credere di essere musulmano.

L'episodio è avvenuto l'anno scorso a Mogadiscio, ma non se ne è saputo nulla finchè questa giovane donna non è andata al tribunale di Kampala per denunciare Asisa per averle mentito. Mohamed Abukar Ahmed, il giornalista che ha scovato la storia, mi ha raccontato di averla appresa da un quotidiano in Uganda. Poi Ahmed ha raggiunto i leader della comunità somala di Kambala ed è riuscito a mettersi in contatto con la ragazza. Mi ha confidato che Omar gli aveva raccontato dell'incontro con Asisa, che è medico. Lavorava in un ospedale privato per l'esercito ugandese a Mogadiscio.

“nello spirito di far girare la voce…” [in], scrive Idil Osman:

I reclutamenti che si svolgono nei campi profughi somali a Dadaab, nel Kenya nordoccidentale, ha provocato controversie nella regione e fuori. Ad ogni modo, la cosa che mi manda su tutte le furie è l'atteggiamento del Governo kenyota: quando tempo fa ho preparato un report investigativo su quest'argomento, dove si legge che il ministro della difesa del Kenya ha dichiarato con fermezza di non aver mai permesso che si svolgessero simili reclutamenti.

Nel frattempo, i testimoni e gli attivisti dei diritti umani continuano a registrare e a documentare il fatto che questi giovani vengano caricati su dei camioni militari kenyoti e portati in basi di addestramento keniote.

Molti di questi giovani vengono adescati con la promessa di un salario regolare e uno posto fisso in un progetto militare dell'ONU/UE/UA.

In realtà, vengono reclutati per andare a combattere nella stessa guerra da cui erano scappati e che li aveva resi dei rifugiati. La maggior parte sembrano essere minorenni, e vengono presi senza il consenso dei genitori. Violandone così anche i diritti umani internazionali di rifugiati secondo l'ultimo comunicato dello Human Rights Watch, perchè i rifugiati vanno tenuti in buone condizioni.

Solana discute il tema delle “fonti anonime” nei resoconti delle testate occidentali, in un post intitolato “When Local Sources go Unnamed“[Quando le fonti locali restano anonime”, in]:

Ho appena comprato l'ultimo numero della rivista National Geographic perchè volevo leggerne l'articolo della “Somalia a pezzi”. Le foto di Mogadiscio, fatte da Pascal Maitre, sono stupende, anche se mostrano una grande distruzione. E l'autore, Robert Draper, ci fa un riassunto delicato e affettuoso di una storia in realtà assai complicata. Inoltre, rende finalmente chiare le sfide che si prospettano ai giornalisti esteri in Somalia.

Curiosamente, il giornalista somalo Harun Hassan viene citato per nome in una didascalia sotto la foto di un addetto al traffico a Mogadiscio, ma a quanto vedo non viene mai nominato nel testo in sè. Perchè questa riluttanza a rivelare le fonti? Se Draper si è preso il disturbo di contattare e intervistare fonti giornalistiche somale, perchè non condividere questa notizia con i lettori?

Si tratta del trattamento abituale per i giornalisti somali che aiutano i giornalisti occidentali nei loro reportage? Spero che i componenti del Somali Media Centre riescano a gettar luce su cosa significhi trovarsi in questa posizione in un ambito giornalistico.

L'elenco degli attuali membri del Centro è disponibile qui [in].

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