chiudi

Aiuta Global Voices, fai una donazione!

La nostra comunità di volontari in tutto il mondo lavora per raccontare le storie di cui i media non parlano—ma non possiamo farlo senza il tuo aiuto. Sostienici con una donazione a Global Voices!

Fai una donazione

See all those languages up there? We translate Global Voices stories to make the world's citizen media available to everyone.

Learn more about Lingua Translation  »

USA e schiavitù, è necessario riscattare il Tempo del Pianto

Un'asta di schiavi al Sud – da un disegno originale di Theodore R. Davis. Immagine proveniente dalla Library of Congress, Prints and Photographs Division

Sono appena rientrato dalla Turchia, dove mi trovavo per un progetto per i 100 anni del genocidio degli armeni [it], assiri e greci da parte dell’Impero ottomano nel 1915. Quando si incontrano nazionalisti turchi che ancora negano il massacro, una delle motivazioni che adducono per giustificarlo è: “E allora i genocidi compiuti dai britannici e dagli americani?”

Questo tipico atteggiamento inizia con la frase “E allora X?”, facendo esempi che spesso non c'entrano nulla. Durante la Guerra Fredda, era molto comune tra i portavoce dei soviet controbattere alle critiche che gli si rivolgevano con questa tipologia di risposta. “E allora l’imperialismo britannico?!” gridano gli apologeti, come se i crimini degli avi di qualcun altro giustificassero quelli dei loro avi. Ribatto loro che mi trovo spesso a criticare il governo britannico, che a sua volta oggi cerca di evitare quanto più possibile di scusarsi, spiegando che una tale ammissione di colpa aprirebbe la possibilità ad azioni legali di risarcimento.

A nessuno piace quando gli vengono fatti notare i suoi errori, ma a volte un po’ di critica è utile. Questo vale sia per le questioni politiche, sia sociali che personali. Stavo pensando a tutte queste cose quando mi sono imbattuto nella storia del Tempo del Pianto [en, come tutti i link seguenti, salvo diversa indicazione].

Qualche anno fa i miei genitori sono stati a Savannah, in Georgia. Mio padre è appassionato dalla ricerca della storia della famiglia e alcuni dei nostri antenati erano emigrati lì. Una di questi era una donna che si chiamava Fanny Kemble [it]. Veniva da una famiglia teatrale e fu durante i suoi spettacoli e i suoi viaggi negli Stati Uniti, agli inizi del 1830, che incontrò Pierce Mease Butler.

Quest’ultimo la seguì in giro per il paese facendosi vivo agli spettacoli della ragazza in numerose città, per mostrarle che era un uomo benestante, finché nel 1834, lei non si arrese al suo corteggiamento insistente e acconsentì a sposarlo. Butler omise di dire a Fanny che il suo guadagno proveniva dalle piantagioni di cotone e di riso in Georgia.

Frances "Fanny" Kemble

Frances “Fanny” Kemble

Quando nel 1838 Fanny visitò la piantagione di riso del marito, sull’isola di Butler, rimase sconvolta nell’apprendere che egli possedeva centinaia di schiavi. Iniziò a scrivere della sua esperienza e del modo bruto in cui questi erano trattati. Tentò di convincere Butler a ridurre la sua dipendenza economica dal lavoro degli schiavi, ma lui si rifiutò. La donna era anche imbarazzata per l’infedeltà del marito e nei suoi scritti appuntò l’ipocrisia dell’uomo bianco, secondo il quale era giusto sottomettere la gente nera perché “meno umana” di quella bianca, mentre allo stesso tempo riconosceva la paternità ai bambini di donne nere.

Le loro divergenze diventarono incolmabili e si separarono nel 1845. Nonostante Butler minacciò Fanny che se avesse pubblicato resoconti di ciò che aveva visto sull’isola le avrebbe impedito di vedere le figlie, nel 1863, lei pubblicò le sue memorie: Journal of a Residence on a Georgia Plantation.

Brick chimney and house on Butler Island, Georgia

Un camino e una casa sull'isola di Butler, in Georgia. Foto di Doug Kerr (CC BY-SA 2.0)

Nel 1857, a causa di investimenti sbagliati e del gioco d’azzardo Butler era pesantemente indebitato. Con i creditori addosso non aveva scelta che vendere parte della sua proprietà. Secondo un inventario del febbraio 1859, il valore delle sue proprietà umane ammontava a più di $500,000. Vendette quasi la metà dei suoi 919 schiavi e tra il 2 e il 3 marzo 1859 all’ippodromo Ten Broeck a Savannah, Georgia, 429 dei suoi schiavi furono venduti per $303,850, circa $700 a persona. Con questa operazione molte famiglie furono smembrate e vendute a piantagioni diverse, in stati diversi. Fu la più grande asta di schiavi della storia americana. Un giornalista del New York Tribune andò lì in segreto per documentare l’evento che venne in seguito chiamato dagli schiavi e dai loro discendenti il Tempo del Pianto, “poiché il cielo si aprì e venne giù pioggia per i due giorni interi dell’asta. Si diceva che i cieli piangessero per la disumanità che si stava commettendo.

Part of the former Ten Broeck horse racecourse, Savannah, Georgia, now owned by the Bradley Plywood Corporation

Parte dell'ex ippodromo di Ten Broeck a Savannah, Georgia, oggi di proprietà della Bradley Plywood Corporation. Foto di Kwesi DeGraft-Hanson.

Il Dott. Kwesi DeGraft-Hanson, accademico e architetto paesaggistico originario di Accra, Ghana, si interessò alle piantagioni di Butler attraverso la ricerca su di un particolare tipo di materiale da costruzione, prodotto e usato dagli schiavi prima dell’invenzione del cemento armato. Kwesi aveva letto della piantagione di Butler e aveva appreso che egli usava spesso schiavi dalla Gold Coast, molti dei quali avevano nomi che indicavano che erano Akan, il gruppo etno-linguistico di sua appartenenza.

Nel 1998, DeGraft-Hanson fu invitato dalla società storica locale per parlare delle piantagioni di Butler sull’isola di Simon, vicino la piantagione di Humpton, che è oggi sede di una facoltosa comunità residenziale. Un’abitante afro-americana che lo approcciò dopo, confessò di non sapere che fosse un’ex piantagione, ma che aveva spesso avuto delle visioni di persone che camminavano su e giù per il suo giardino.

Quando DeGraft-Hanson cominciò la sua ricerca sulle piantagioni di Butler, si imbatté in una lista di nomi degli schiavi venduti durante il Tempo del Pianto. Annette Holmes, che ha messo la lista online, aveva visto un documentario della PBS intitolato Africani in America. Partendo dalla famiglia Butler risalì a sua nonna materna, Henrietta Butler Cox, che era nata nel 1902. Nel censimento del 1910 trovò sua nonna elencata come membro della casa dei suoi genitori. Nel censimento del 1870 trovò poi che il suo bisnonno James era riportato come un bambino. Scoprì che John e Betsy, i genitori di James, si erano spostati dalla Georgia in Louisiana, ed erano stati venduti durante il Tempo del Pianto.

Nè Fanny Kemble nè Pierce Butler si risposarono e quest’ultimo morì di malaria nel 1867, dopo aver fallito nel progetto di far fruttare economicamente la sua piantagione senza la manodopera degli schiavi, dopo l'abolizione della schiavitù.

Ma per DeGraft-Hanson la storia più importante è quella delle persone vendute da Butler nel 1859. Con grande probabilità ci sono migliaia di discendenti di quelle persone sparsi negli Stati Uniti. Ora circa 50 persone che, come Annette Holmes, discendono da John e Betsy, stanno cercando di raccogliere fondi per fare una visita di gruppo sul sito del Tempo del Pianto. Stanno cercando, insieme a DeGraft-Hanson, di convincere i politici locali a costruire un monumento commemorativo per le persone vendute nel 1859, che riconoscerebbe non solo la condizione di vittima delle persone schiavizzate, ma anche il loro coraggio e la loro capacità di sopravvivenza nell’affrontare una terribile oppressione politica e sociale.

Annette Holmes and her family.

Annette Holmes con la sua famiglia. Foto di Kwesi DeGraft-Hanson.

“Mi piacerebbe vedere gli altri aspetti della vita della gente”, mi ha detto DeGraft-Hanson. “Questa famiglia di cui parliamo discende da due schiavi. Due persone che, seppur schiave, avevano abbastanza amore, fede, speranza e tutte le buone qualità a cui aspira l’uomo, per allevare le loro famiglie dalla schiavitù fino alla libertà.”

Il retaggio della schiavitù non è stato davvero risolto. Ci sono state delle scuse, ma non sono state efficaci. Per esempio, l’università di Emory ha provato ad affrontare il fatto che alcuni dei suoi docenti, del personale dell’amministrazione e degli studenti erano stati possessori di schiavi. Docenti e studenti afro-americani hanno domandato al Rettore dell’università di emettere una lettera di scuse, e l’istituzione nel 2011 ha risposto che non poteva chiedere scusa per qualcosa che non aveva fatto. Rilasciarono una dichiarazione di rammarico, aggirando la questione e lasciando il corpo docente e gli studenti neri delusi.

Correggere la schiavitù e lavorare per rimuovere la colpa e la vergogna associate ad essa sarebbe utile non solo per i discendenti delle persone schiavizzate, ma per tutti gli americani. Guardare in faccia la propria storia darebbe agli USA una maggiore autorità morale per parlare di libertà e giustizia nelle altre parti del mondo.

“Alcuni afro-americani hanno difficoltà nel trovare un’autostima che non sia unicamente legata alla schiavitù”, afferma DeGraft-Hanson. “Penso che se ci fosse un monumento commemorativo, darebbe voce a chi non vuole chiedere scusa”.

“D’altro canto il monumento rappresenterebbe le scuse per coloro che vorrebbero riceverne. Sarebbe vantaggioso da entrambe le parti. Starebbe lì per chi vuole andarci per riflettere, pensare o piangere. Significherebbe che questa nazione, globalmente, sente che non sarebbe dovuto accadere e che si può andare avanti. Significherebbe anche rispetto, perché tutti noi abbiamo parte della nostra identità legata ai nostri antenati. Farebbe recuperare l’umanità degli antenati e nel fare ciò gioverebbe all'autostima.”

Kwesi

Dott. Kwesi DeGraft-Hanson. Foto di Kwesi DeGraft-Hanson.

“Molti neri negli USA sanno di essere i discendenti di persone schiave, usate ed abusate. Dobbiamo essere capaci di soffrire. Quando c’è un trauma – la perdita di un caro ad esempio – potremmo non soffrire nell’immediato, ma ad un certo punto siamo costretti ad affrontarlo. Se lo continuiamo a scansare alla fine comunque ci colpirà. Quel trauma è stato passato di generazione in generazione.”

“Penso che se ottenessimo questo monumento commemorativo, si guadagnerebbero rispetto e autostima. Quando un posto è bello e fonte d’ispirazione, ha effetti benefici sullo spirito. Keates scrive ‘una cosa bella è una gioia per sempre’. Immaginate un paesaggio bellissimo con un bellissimo monumento: questo posto ci consentirebbe di guarire.”

Per ulteriori informazioni sulla campagna di crowdfunding per i discendenti degli schiavi, affinchè possano visitare il sito del Tempo del Pianto questa estate, si può visitare la pagina dedicata: Enslaved John and Betsy Butler’s Descendants’ Homecoming Crowdfund Campaign.

avvia la conversazione

login autori login »

linee-guida

  • tutti i commenti sono moderati. non inserire lo stesso commento più di una volta, altrimenti verrà interpretato come spam.
  • ricordiamoci di rispettare gli altri. commenti contenenti termini violenti, osceni o razzisti, o attacchi personali non verranno approvati.