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Giovane palestinese documenta su Snapchat i pericoli dell'occupazione israeliana

Sul testo si legge: ‘Pericolo. Zona di tiro. Vietato l'ingresso.’
Foto scattata in una zona desertica della Cisgiordania.

Nel ricordare che lo scorso 5 giugno i Palestinesi hanno commemorato i 50 anni di occupazione della Cisgiordania e della Striscia di Gaza, non dobbiamo però dimenticarci dell'angoscia, della miseria e delle ingiustizie inimmaginabili che hanno dovuto subire per quella che sembra già un'eternità.

Dobbiamo ricordare che le avversità che affrontano i Palestinesi non sono solo una forza che plasma attivamente la loro vita quotidiana e condiziona ogni loro movimento, ma un qualcosa che rischia di essere ignorato, se non del tutto dimenticato, dal mondo esterno. Il seguente articolo racconta la storia di un giovane palestinese che, con una videocamera e uno zaino in spalla, sta cercando di dar vita ad un ricordo permanente di queste avversità. 

Benché la maggior parte delle notizie provenienti dai Territori Occupati evochi un senso di ostilità o disperazione, c'è un giovane palestinese della Cisgiordania che sta cercando di cambiare questa immagine del territorio e, al tempo stesso, offrire alle persone uno scorcio della ricca cultura, delle affascinanti tradizioni e della gloriosa storia di questo paese.

Quest'uomo è Motasem Ilaiwi, un regista ventenne palestinese, originario di Nablus in Cisgiordania.

Chi guarda i suoi film non può però fare a meno di percepire la brutalità dell'occupazione che devono subire i residenti del luogo. Sebbene nella maggior parte dei casi i suoi viaggi procedano senza intoppi, il giovane avventuriero deve comunque superare molti ostacoli insidiosi che mettono continuamente a rischio la sua vita.

Ilawi ha ottenuto molti riconoscimenti nella regione per i suoi vivaci video informativi che condivide su Snapchat (nome utente: ps.live), nei quali mostra le molte incantevoli cittadine della Cisgiordania, offrendo lezioni di storia improvvisate sui luoghi che visita e mettendo in risalto la forza con cui il popolo palestinese affronta la repressione.

Nonostante la positività di questi video, Ilaiwi mette in evidenza anche la drammaticità dei maltrattamenti, la violenta discriminazione e i metodi brutali messi in atto dalle Forze di difesa israeliane (IDF) contro i residenti della Cisgiordania.

Il tema principale delle sue spedizioni è la segregazione forzata. Nel video mostrato di seguito, Motasem viene fermato dalla polizia israeliana perché sta camminando, a sua insaputa, su una strada riservata ai soli cittadini israeliani.

Nel corso dei suoi spostamenti, Ilaiwi viaggia nell'ombra dell'IDF che ha ucciso molti dei suoi connazionali palestinesi.

Si sa da tempo che Israele esercita un controllo oppressivo sulla Cisgiordania e che ha attuato politiche discriminatorie contro i cittadini palestinesi creando checkpoint militari, strade separate per i cittadini israeliani e palestinesi e limitato l'accesso alle risorse principali.

Benché molti critici di Israele ritengano che questo sistema assomigli in modo impressionante all'apartheid in Sudafrica, Michael Oren [en, come tutti i link seguenti] , ex-ambasciatore israeliano negli Stati Uniti, afferma che “la maggior parte dei coloni e dei Palestinesi hanno scelto di vivere separati a causa delle loro differenze culturali e storiche. Non si tratta di segregazione… Le strade separate sono state create in risposta agli attacchi terroristici – non per segregare i Palestinesi ma per salvare le vite degli Ebrei”.

Ilaiwi mentre passa davanti al campo rifugiati di Aida, circa due chilometri a nord di Betlemme. Fonte: Facebook.

Nell'aprile del 2016, una madre palestinese di ventiquattro anni e il fratello sedicenne sono stati uccisi a colpi d'arma da fuoco perché stavano camminando su una strada riservata ai veicoli anziché su quella per i pedoni. Maram Saleh Abu Ismael era diretta a Gerusalemme ed aveva appena ottenuto il permesso per entrare nella città.

A quanto sembra, i soldati dell'IDF avevano apparentemente urlato ai due in ebraico di togliersi dalla strada ma Maram, che non conosceva la lingua, era rimasta paralizzata dalla paura. Per tutta risposta, i soldati hanno sparato addosso a lei e al fratello, Ibrahim Taha, dopo che era accorso in suo aiuto.

Le forze d'occupazione hanno sostenuto che Maram – morta dissanguata – indossava un giubbotto esplosivo, salvo poi rivelare più tardi che fosse incinta.

Ilaiwi ad Hebron. Fonte: Facebook.

Quando Global Voices ha chiesto a Motasem di parlare dei pericoli specifici che si trova ad affrontare [nei suoi viaggi] e cosa fa per proteggersi, ha risposto che una delle sue paure principali era quella di “provocare” i soldati israeliani a sparargli.

Alla domanda su quale fosse la città più pericolosa che ha visitato, ha risposto senza esitazione: Hebron.

Principalmente, come ha spiegato, a causa della forte militarizzazione e della generale ostilità dei coloni israeliani che vivono nella città. Gli insediamenti ad Hebron sono ineludibili – ha aggiunto – ed è estremamente difficile trovare una strada in cui non si finisca per imbattersi nell'IDF.

Durante una delle sue visite in questa città a sud di Gerusalemme ha trovato la Tomba dei Patriarchi, chiamata anche Moschea di Abramo, chiusa dalle forze israeliane perché era in corso la celebrazione di una festa ebraica nei pressi della moschea. Gli Israeliani avevano messo la musica a tutto volume e c'erano persone che ballavano, mentre i Palestinesi guardavano la scena dai tetti delle loro case. Ilaiwi è salito su uno di questi tetti per filmare la scena via Snapchat.

Il video mostra una triste contrapposizione, ma scalfisce a stento la superficie delle ingiustizie che avvengono nella regione. La famiglia che ha accolto Ilaiwi per consentirgli di filmare la scena aveva ricevuto quello stesso giorno una lettera dall'IDF, in cui si notificava loro che avrebbero dovuto accovacciarsi sul tetto per facilitare le operazioni di sorveglianza.

Hebron è stata teatro di miriadi di attacchi dei coloni contro i Palestinesi, che vanno dal lancio di spazzatura e pietre agli speronamenti di auto.

L'esercito israeliano liquida generalmente questi casi come incidenti, anche quando ci sono testimoni che affermano che lo speronamento sembrava intenzionale. Lo scorso aprile, l’Ente per il Monitoraggio del Medio Oriente (MEMO) [en] ha riportato almeno tre casi in cui coloni di Hebron sono stati giudicati colpevoli di incidenti con omissione di soccorso, nei quali alcune delle vittime erano bambini. Questi incidenti sembrano rafforzare l'affermazione di molte voci critiche, secondo cui Israele beneficia di una “cultura dell'impunità”.

A agosto 2016, Israele ha suscitato lo sdegno [nel mondo] e un [acceso] dibattito quando ha annunciato la sua intenzione di aumentare gli insediamenti ad Hebron, dove vivono circa 30.000 Palestinesi e 1.000 Israeliani.

Una vita sotto assedio

Ilaiwi sceglie a volte i sentieri di montagna anziché le strade principali e qualche volta si atteggia e si veste come un turista occidentale. Indossa berretti, coppole estive e perfino cappelli a falda larga, girando con uno zaino da campeggio. In presenza delle forze israeliane parla inglese e afferma che è facile ingannare [i poliziotti] perché molti di loro non lo parlano.

Secondo un rapporto di Defence for Children International, tra il 2000 e il 2007, le forze israeliane hanno ucciso 264 bambini palestinesi con colpi d'arma da fuoco. Questo numero non include però le vittime degli attacchi aerei e terrestri.

Il rapporto di Amnesty International su Israele e i Territori Occupati conferma che le forze israeliane (addetti alla sicurezza, polizia e soldati) hanno ucciso illegalmente almeno 98 palestinesi in Cisgiordania, 8 a Gaza e 3 in Israele. La maggior parte delle vittime, compresi i bambini, non costituivano alcun tipo di minaccia.

Ilaiwi ha raccontato a Global Voices:

Giuro su Dio che non ho assolutamente alcun problema con il popolo ebreo, ma solo con chi vede il mondo esclusivamente in termini di armi, guerra, furto e distruzione. In tutta onestà, compatisco [le forze israeliane] più che disprezzarle. Dentro di me penso che sia veramente triste crescere in una comunità che incoraggia la violenza e rigurgita odio. In questo caso sono grato di essere dalla parte delle vittime, perché non vorrei dover crescere circondato da una mentalità che giustifica impunemente ed è responsabile dell'uccisione di bambini e della distruzione di abitazioni.

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