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Il controverso referendum costituzionale del Burundi riflette problemi politici più profondi

Il presidente sudafricano Jacob Zuma (prima fila, al centro) in visita in Burundi, 25 febbraio 2016. Photo Credit: GovernmentZA. Flickr, licenza CC.

Il 17 maggio 2018, i burundesi si recheranno alle urne per votare sulle proposte di emendamento costituzionale. Agli elettori verrà chiesto di votare “Sì” o “No” su modifiche che includono l'estensione dei termini presidenziali a sette anni e il riavvio del conteggio che potrebbe aiutare l'attuale presidente Pierre Nkurunziza a rimanere al potere fino al 2034.

L'attuale costituzione del Burundi è in vigore dal 2005 ed è ampiamente considerata, insieme all’Accordo di Arusha [en, come i link seguenti, salvo diversa indicazione], come un patto che ha posto fine alla guerra civile del paese, introducendo il presidente Nkurunziza al potere nel 2005. La tensione riguardo all'apparente pregiudizio e alla coercizione nel processo di campagna referendaria ha riflettuto alcune controversie politiche all'interno della nazione dell'Africa orientale.

Il pregiudizio della campagna che ha portato al referendum in Burundi

Le campagne “Sì” e “No” hanno preso piede nel periodo ufficiale della campagna di due settimane che termina il 14 maggio 2018. Ma le campagne prima o dopo questo periodo ufficiale o da parte di gruppi non registrati erano severamente vietate.

Tuttavia, gli oppositori dell'emendamento costituzionale lamentano che per mesi i funzionari del governo hanno appoggiato la campagna del ““, guidata dal partito al governo e cui si sono uniti altri come la filiale ufficialmente riconosciuta dell’UPRONA (Union for National Progress).

Il vicepresidente Joseph Butore ha detto che era la “volontà del popolo”, e il presidente Nkurunziza ha promesso che è “volontà di Dio” liberare il Burundi dai colonizzatori stranieri per un futuro migliore. Ha incoraggiato i sostenitori a votare liberamente, sebbene i funzionari abbiano anche avvertito di non “sabotare” il voto e detto alla gente di denunciare i sospetti alla polizia.

Agathon Rwasa, capo della coalizione Amizero y’Abarundi, sostiene la campagna “No“, insistendo sul fatto che il referendum non rappresenta il popolo e potrebbe eventualmente instaurare un regime autoritario. La non riconosciuta UPRONA si è unita a questa campagna, così come il Fronte per la democrazia in Burundi (FRODEBU) che si oppone al referendum per proteggere l'Accordo di Arusha, il dialogo mediato ed evitare uno stato monopartitico.

L’annuncio di Nkurunziza che sarebbe diventato la “Guida Suprema” del partito al governo ha suscitato preoccupazione di autoritarismo tra i critici.

L'opposizione lamenta inoltre che il testo definitivo del referendum non sia stato diffuso pubblicamente, impedendo il controllo dei dettagli o la consultazione durante lo sviluppo delle modifiche proposte. Altri hanno sostenuto che le manifestazioni di opposizione pubblica hanno mostrato libertà di espressione [fr]:

Sesto giorno della campagna per il referendum 2018: Agathon Rwasa, leader della coalizione Amizero y’Abarundi, era nella provincia di Cibitoke nel Burundi nord-occidentale per promuovere il “no” contro le modifiche alla costituzione. Migliaia di sostenitori sono venuti ad accoglierlo.

Gli oppositori all'emendamento sono divisi. Quelli che sono rimasti in Burundi hanno ampiamente risposto “No”, anche se alcuni dissidenti hanno risposto “Sì”. Nel frattempo, membri dell'opposizione in esilio incentrati sul Consiglio nazionale per il rispetto dell'accordo di Arusha e la pace e la riconciliazione del Burundi (CNARED) sostengono stia avvenendo un boicottaggio. Alcuni sostenitori in esilio esprimono frustrazione per queste divisioni.

Un burundese in Ruanda ha detto a Yaga, un blog con sede in Burundi [fr]:

Visiblement elle chancelle face à un pouvoir qui se consolide de jour en jour. Elle peine à parler d’une même voix»

“[L'opposizione] è ovviamente sconcertante di fronte a un potere che si rafforza ogni giorno. Fatica a parlare con una sola voce “

Coercizione e repressione pre-campagna

Nell'aprile 2018, Human Rights Watch ha affermato la presenza dell'”illegalità” nel paese. Il gruppo International Crisis Group l'ha criticata come una “campagna di intimidazione” che ha portato al referendum, compresi gli arresti e persino la morte di coloro che sono accused di opporsi al referendum. I funzionari lo rifiutano come un tentativo di offuscare l'immagine del Burundi.

Anche la Federazione internazionale per i diritti umani ha criticato la copertura media faziosa a favore del “Sì”.

In vista del referendum, i cittadini parlano di pressioni significative per registrarsi per votare, per astenersi dal votare “no” o per boicottare del tutto il referendum. La controversia circonda anche i rapporti sui “contributicoercizzati dei cittadini per finanziare le elezioni.

SOS Médias Burundi, un collettivo di giornalisti clandestini, ha utilizzato la sua pagina Facebook per segnalare molti arresti e atti intimidatori, come un video di minacce di un membro del Consiglio nazionale per la difesa della democrazia-forze per la difesa della democrazia (CNDD-FDD) per “rompere i denti” degli attivisti “No”.

Forti restrizioni sui media sono continuate per tutta la campagna. Il National Communications Council (CNC) ha recentemente sospeso per sei mesi la British Broadcasting Corporation (BBC) accusata di minacciare la “coesione nazionale” e Voice of America (VOA).

Reporter Sans Frontières (Reporter senza frontiere) ha criticato la repressione come un altro attacco alla libertà di stampa, in particolare per limitare il dibattito sul referendum poiché entrambi tengono programmi radiofonici in lingua kirundi, rendendoli ampiamente accessibili.

Il CNC ha anche messo in guardia Radio France International (RFI) e le radio locali Isanganiro e CCIB FM +, e ad aprile ha sospeso per tre mesi la sezione dei commenti online del quotidiano Iwacu.

Segno di indipendenza o ritorno ad uno stato mono-partitico? 

Le tensioni sono aumentate dal 2015, quando il terzo mandato del presidente Nkurunziza, ampiamente considerato proibito dalla costituzione del 2005 e dall'Accordo di Arusha, ha scatenato proteste, un colpo di stato fallito e ribellioni.

Di conseguenza, molti membri dell'opposizione, dissidenti del partito al governo CNDD-FDD e giornalisti sono fuggiti all'estero mentre altri sono stati sfollati. Nonostante in migliaia siano tornati dal 2017, le Nazioni Unite (ONU) hanno registrato altri 396.000 rifugiati dal 2015 in campi profughi sottofinanziati. I ministri affermano che queste cifre sono manipolate.

Dal 2015, gli osservatori dei diritti locali e internazionali hanno criticato la repressione, l’impunità e le restrizioni imposte ai media e agli attivisti da parte dei servizi di sicurezza e dell'ala giovanile “Imbonerakure” del CNDD-FDD. Diverse radio sono state chiuse e molti giornalisti molestati, altri addirittura scomparsi. Recentemente, l’attivista per i diritti Germain Rukiki è stato condannato a una pesante pena detentiva per aver “minacciato alla sicurezza dello Stato”.

Un rapporto della Commissione d'Inchiesta delle Nazioni Unite del 2017 ha affermato che i crimini contro l'umanità che si sono verificati non hanno visto miglioramenti fino a marzo. Il governo ha respinto queste affermazioni. La Corte Penale Internazionale ha aperto un’indagine in corso, che continua nonostante il governo del Burundi abbia lasciato il tribunale.

L’insicurezza politica ha colpito anche l'economia, portando a budget di austerità, carenze energetiche e inflazione. Un rapporto delle Nazioni Unite di febbraio ha stimato che coloro che necessitavano di assistenza umanitaria nel 2018 sono saliti a 3,6 milioni.

Diplomazia in stallo

International responses have been lackluster and divided, with mediated dialogue ineffective. Sanctions have amplified economic stress and the crisis has stretched relations with neighboring Rwanda in particular.

Le risposte internazionali sono state scarse e divise, con un dialogo mediato inefficace. Le sanzioni hanno amplificato lo stress economico e la crisi ha esteso le relazioni con il vicino Ruanda in particolare.

Francia, Stati Uniti e Unione Europea hanno espresso preoccupazione per l'insicurezza e la repressione durante il referendum. Tuttavia, l'ambasciatore del Burundi alle Nazioni Unite, Albert Shingiro, ha detto che i governi dovrebbero rispettare la sovranità. L'influente Chiesa cattolica ha detto che non era il momento di modificare la costituzione, vista la continua insicurezza e molti rifugiati impossibilitati a votare.

I sostenitori del governo sostengono che il referendum dimostra l'indipendenza dall'interferenza occidentale. I funzionari hanno minimizzato le riforme, dicendo che interessano solo una parte della costituzione. Gli oppositori si aspettano che il “Sì” vinca, ma temono che consolidi legalmente un “presidente eterno” e il ritorno di uno stato monopartitico.

In ogni caso, il referendum sembra aver cementato ulteriormente le divisioni, mentre persistono pressanti sfide politiche ed economiche.

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