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Nel periodo di transizione in Sudan, sono necessarie riforme urgenti per contrastare la disinformazione

Manifestanti sudanesi si riuniscono di fronte a palazzi governativi a Khartum, Sudan, per celebrare la firma della stesura della Dichiarazione Costituzionale tra rappresentanti militari e civili, il 19 agosto 2019. Foto da Voice of America, di pubblico dominio attraverso Wikimedia Commons.

Fake news” [en, come tutti i link successivi, salvo diversa indicazione] è diventata la parola dell’anno nel 2017 per un motivo: la proliferazione di campagne di disinformazione online è stata sulle testate di giornali di tutto il mondo. Ciononostante, la diffusione di disinformazione non è nuova ed esiste da molto prima della diffusione di internet.

Il Sudan, un paese che si sta avviando verso una transizione di tre anni verso un governo civile e democratico dopo una gigantesca rivoluzione che ha fatto cadere il longevo regime militare di Omar al-Bashir, non fa eccezione. Mentre il Sudan diventa una democrazia, deve affrontare l’eredità di tattiche di disinformazione e limiti alla libertà di stampa lasciate dal precedente regime, attraverso urgenti riforme legali.

Le tattiche di disinformazione del governo

In Sudan, le campagne di disinformazione finanziate dal governo hanno a lungo avuto un impatto sui cittadini, con lo scopo di manipolare e sfruttare la loro percezione, sia per promuovere le politiche e figure di spicco del regime, sia per attaccare le espressioni di dissenso e i partiti politici di opposizione.

I servizi segreti e di sicurezza del Sudan operano la cosiddetta Cyber Jihadist Unit, nata nel 2011. Secondo un report del 2014 di Freedom of the Net, i compiti dell’unità includevano “infiltrarsi nelle discussioni online con lo scopo di ottenere informazioni sui dissidenti online e diffondere disinformazione”. La disinformazione promossa dal governo era particolarmente diffusa durante le proteste del 2019 che chiedevano la caduta del governo di al-Bashir e in quelle che chiedevano un governo civile di transizione dopo la sua rimozione.

Maggiori informazioni sulla disinformazione durante le proteste

Durante le recenti proteste antigovernative, che avevano l’obiettivo di porre fine al regime militare del governo, giornalisti e attivisti hanno documentato numerosi casi di disinformazione, come foto modificate, campagne di disinformazione finanziate dal governo e persino finti account su Instagram che sottraevano solidarità e donazioni durante la rivoluzione.

Il regime, collaborando con la compagnia russa M-invest, ha diffuso dicerie e storie false sulle proteste antigovernative durante la rivoluzione. Secondo documenti visti dalla CNN, la compagnia ha suggerito di diffondere storie false come per esempio che “i manifestanti stavano attaccando moschee e ospedali”. La compagnia ha inoltre promosso una campagna sui social media che affermava che “i manifestanti fossero sostenuti da Israele”. Il Sudan non ha relazioni diplomatiche con Israele e ha precendentemente combattuto a fianco di altri paesi arabi durante i conflitti arabo-israeliani del 1948 e 1967.

Hanno anche suggerito di “piantare bandiere LGBT”, che avrebbero messo in serio pericolo la sicurezza di manifestanti e attivisti, poiché non soltanto l’omosessualità è illegale [it] in Sudan, ma anche punibile con la pena di morte.

Anche gruppi paramilitari come le Rapid Support Forces (RFS) e leader militari hanno progettato ed effettuato campagne di propaganda e disinformazione. Pochi giorni dopo il 3 giugno, data in cui le forze armate e di sicurezza hanno fatto disperdere un sit-in che chiedeva un governo di transizione civile, la compagnia egiziana New Waves ha fatto partire una campagna per presentare e diffondere un’immagine positiva delle milizie RSF e i suoi leader.

Più di 100 manifestanti sono stati assassinati durante la repressione del sit-in, che è successivamente diventato noto come il massacro di Khartum.

Criminalizzazione delle notizie “false”: un pericolo per la libertà di stampa e di espressione

Il precedente regime sudanese aveva messo in atto le proprie campagne per disinformare il pubblico e attaccare gli oppositori. Aveva inoltre approvato una legge che restringeva la libertà di espressione e di stampa con il pretesto di combattere le dicerie e le notizie false.

L’articolo 86 del capitolo 12 della legge del 2018 per la regolamentazione delle telecomunicazioni e delle poste prescrive una pena non superiore a 5 anni in prigione o una multa o entrambe le cose per coloro che siano condannati di diffondere notizie pericolose per la sicurezza dello Stato.

L'articolo 66 del Codice Penale sudanese del 1991 afferma:

 Whoever circulates, propagates any news, rumor or report which he knows to be false with intent to cause fear or alarm to the public or threat to public peace or undermine the respect of the State shall be punished with imprisonment for a term which may not exceed six months or with fine or with both.’

Chiunque diffonda qualsiasi notizia, diceria o resoconto che sappia essere falso con l’intento di causare paura o allarmare il pubblico o minacciare la pace pubblica o indebolire il rispetto nei confonti dello Stato sarà punito con la prigione per un tempo non superiore a sei mesi o con una multa o con entrambe.

Nel luglio 2018 il parlamento sudanese ha approvato una proposta di legge sui crimini informatici che prescrive una pena di massimo un anno in prigione per coloro che sono condannati di aver diffuso “fake news” . Secondo il gruppo sui diritti digitali, con sede a Beirut, Social Media Exchange (SMEX):

Article 23 of the new Cybercrimes Law imposes sanctions such as “imprisonment for less than one year, flogging, or paying a fine” for “anyone who uses the internet, or any means of communications, information or applications to disseminate any news, rumor or report, knowing it’s fake, to cause public fear or panic, threaten public safety and offence the reputation of the State.

L’articolo 23 della nuova legge contro i crimini informatici impone sanzioni come “la prigione per meno di un anno, la fustigazione o il pagamento di una multa” a “chiunque usi internet o altri mezzi di comunicazione e informazione o applicazioni per disseminare notizie, dicerie o resconti, sapendo che sono falsi, per causare paura e panico nel pubblico, minacciare la sicurezza pubblica e offendere la reputazione dello Stato”.

Il progetto di legge stava per essere approvato prima che il regime venisse deposto. Ci si aspetta che un consiglio legislativo provvisorio venga nominato per abrogare leggi precedenti e approvarne di nuove.

Questi provvedimenti legali sono stati approvati per limitare le “fake news” in Sudan, ma mettono invece a repentaglio la libertà di stampa e la libertà di espressione.

La vaghezza e opacità del linguaggio e della terminologia di queste leggi lascia intenzionalmente spazio a interpretazioni faziose. Per esempio “indebolire il rispetto nei confonti dello Stato”, “minacciare la pace pubblica” e “minacciare la sicurezza pubblica” sono espressioni vaghe che potrebbero facilmente essere usate per mettere a tacere oppositori e giornalisti.

Nell’agosto 2019 le autorità hanno condannato [ar] la giornalista Suhair Abdelraheem di “aver diffuso fake news” attraverso un articolo sarcastico sulla polizia sudanese. Nel suo articolo, Abdelraheem criticava la polizia per la loro inazione nei confronti di coloro che rubano fondi pubblici o che sono coinvolti in casi di corruzione. Ha ricevuto una multa di 150 dollari, mentre il suo giornale ha dovuto pagare una multa di 250 dollari.

Fact-checking per contrastare la disinformazione: è sufficiente?

Parte della soluzione per contrastare la disinformazione consiste in azioni di fact-checking decentralizzate. In Sudan, il giornalista Wasil Ali si occupa in prima persona di confutare notizie false. All’inizio di settembre, ha provato [ar] che la notizia, diventata virale, che la Lufthansa intendesse offrire voli per Khartum era falsa. In alcuni casi la polizia sudanese sia è rivolta ai media per confutare storie completamente false [ar] come quella che il design dell’attuale passaporto sudanese sarebbe stato cancellato o modificato.

Anche la piattaforma di fact-checking Karrib, che si affida al crowdsourcing per presentare resoconti su storie false o inventate e verificarle, ha contrastato la disinformazione durante la rivoluzione. Pur affidandosi al crowdsourcing, i moderatori hanno comunque influenza sulle decisioni finali. La piattaforma non pubblica annunci pubblicitari e offre una sezione di commenti in cui le persone possono condividere le loro opinioni su ogni resoconto pubblicato.

Il diritto di correggere, secondo la legge sudanese

L’articolo 27 della legge sulla Stampa e Pubblicazione del 2009 afferma “il diritto di correggere e rettificare”, secondo il quale i giornali e altre pubblicazioni hanno il dovere di pubblicare “una correzione di fatti e affermazioni che hanno causato danno”, quando “richiesto dalla parte lesa”. Anche se questa misura permette a coloro che sono colpiti da disinformazione di correggere le informazioni pubblicate su di loro, resta una misura inadeguata per contrastare la diffusione online di tali informazioni.

Anche se il fact-checking è un’importante risorsa nella lotta contro la disinformazione, non può essere sufficiente in assenza di un ambiente che promuove la libertà di stampa e di informazione.

Il governo di transizione sudanese, entrato in carica a settembre, dovrebbe intraprendere misure per creare le condizioni per fare ricordo contro le attuali leggi che consentono alle autortià di mandare persone in prigione per aver, presumibilmente, pubblicato dicerie o notizie false. Il governo dovrebbe anche creare condizioni che promuovano la libertà di stampa, migliorino la trasparenza e che rendano più semplice a giornalisti e cittadini fare richieste tramite la legge sulla Libertà di Informazione.

Queste riforme faranno sì che cercare e pubblicare la verità sia possibile per i giornalisti, i blogger e i media.

Tuttavia, dato che il governo ha il compito di ricostruire l’economia, porre fine ai conflitti interni e gestire i problemi quotidiani del paese fino a che la transizione a un governo civile sarà completa, è poco chiaro se il governo darà priorità a queste riforme.

Ma, mentre il Sudan diventa una democrazia, ritardare queste riforme potrebbe mettere in serio pericolo questa transizione.

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