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‘Françafrique': un termine per una realtà controversa nelle relazioni franco-africane

Bambini maliani con bandiere delle nazioni partecipanti all'apertura del 27° Summit Africa-Francia tenutosi a Bamako (Mali) il 14 Gennaio 2017. Fonte: UN Photo/Sylvain Liechti (CC BY-NC-ND 2.0)

Françafrique” [it] è un termine che descrive le storiche relazioni tra la Francia e le sue ex colonie nell'Africa subsahariana. Come molte invenzioni coloniali e postcoloniali, per decenni il termine è stato di rado messo in discussione, ma oggi l'idea di una Françafrique è molto contestata sia in Francia sia in Africa.

L'uso più antico di questa parola macedonia che unisce “Francia” alla parola francese per Africa risale al 1955 ed è attribuito al presidente ivoriano Félix Houphouët-Boigny [it], che usò il termine per sottolineare le buone relazioni tra la Francia e le sue ex colonie. Nella sua definizione [it] più ampia, il termine include le relazioni politiche, finanziarie, militari, culturali e linguistiche tra la Francia e i paesi [en, come tutti i link successivi, salvo diversa indicazione] che sono statti sotto l'influenza o il dominio francese [it]: Benin, Burkina Faso, Repubblica Centrafricana, Ciad, Comore, Costa d'Avorio, Gibuti, Gabon, Guinea, Madagascar, Mali, Mauritania, Niger e Senegal.

Questi ventuno paesi hanno ottenuto l'indipendenza per la maggior parte negli anni '60, ma il concetto della Françafrique continua a essere discusso e si pongono le seguenti domande: chi ha ideato la struttura di queste molteplici relazioni? Chi ne trae vantaggio e in che modo? Quali sono le motivazioni (dichiarate e nascoste) di chi ne è coinvolto? Dov'è il futuro di questa relazione nel XXI secolo? La Françafrique è ancora rilevante e necessaria?

In un mondo postcoloniale, le opinioni su questo problema sono di certo numerose, ma anche discordanti, controverse e costantemente in evoluzione nel tempo e nella lingua. Il processo di riconoscimento, valutazione e superamento del trauma della colonizzazione è infatti lungo e doloroso. 

L'evoluzione di un concetto

Nel secondo dopoguerra, un'ondata di movimenti indipendentisti si diffuse a macchia d'olio nelle colonie francesi in Africa e in Asia e forzò la Francia a riconoscere la legittimità del diritto di autodeterminazione.

Ma la Francia, essendosi arricchita grazie allo sfruttamento delle risorse energetiche e delle miniere delle sue colonie, desiderava mantenere un accesso privilegiato a queste risorse. Parigi era inoltre preoccupata per la sua immagine di potenza mondiale e considerava l'Africa subsahariana il suo pré carré (“giardino dietro casa”), da cui poteva proteggersi contro l'influenza sovietica e americana mantenendo basi militari. Il generale Charles de Gaulle [it], allora presidente della Francia, vide nell'Africa subsahariana un'occasione per mantenere viva l'influenza del suo paese creando una rete di relazioni che avrebbero servito i suoi obiettivi economici, diplomatici, ideologici e politici.

Boulevard du General Charles de Gaulle è la strada principale di Pointe-Noire, Repubblica del Congo. Foto di David Stanley 9 Aprile, 2015. (CC BY 2.0)

A metà degli anni '90, i soldi africani venivano usati in segreto per finanziare i partiti politici francesi. Degli emissari africani [fr] arrivavano in Francia con valigie piene di denaro cercando di consolidare la lealtà verso i politici francesi e il supporto per certi capi di stato africani, a prescindere da chi avesse vinto le elezioni. La legge sul finanziamento dei partiti francesi fu modificata negli anni '90, ma ci sono prove che dimostrano che questa pratica è continuata anche in seguito.

Fu però solo alla fine degli anni '90 che il concetto di Françafrique iniziò a essere contestato in Francia. In un importante saggio del 1998 intitolato “La Françafrique, le plus long scandale de la République” (“La Françafrique, il più lungo scandalo della Repubblica”) l'economista e attivista François-Xavier Verschave esaminò i vari aspetti di queste politiche tenute a lungo nascoste. Per Verschave il termine includeva anche un divertente gioco di parole: “fric” è una parola gergale in francese per “contanti”.

Nessun presidente francese, tuttavia, avrebbe pubblicamente messo in dubbio il concetto di Françafrique fino al 2012, quando il presidente François Hollande dichiarò che era arrivato il momento di “mettere fine alla Françafrique” [fr]. Nonostante ciò, fino ad oggi mantenere l'influenza della Francia, in particolare per favorire i suoi interessi di sicurezza, rimane una priorità per i politici francesi.

Le opinioni sulla Françafrique in Francia variano dalla nostalgia del periodo coloniale (soprattutto nei partiti di destra) alla critica palese delle sue politiche, spesso suscitata da indagini mediatiche, ma sempre più anche da accademici, dalla società civile, dalle ONG, dagli attivisti e dai leader della comunità franco-africana. Un esempio di questo rifiuto sempre più crescente dell'influenza francese è il movimento per la restituzione delle opere d'arte africane promosso da attivisti come Kemi Seba, un controverso attivista panafricano del Benin che è diventato il volto del crescente sentimento anti-francese nell'Africa occidentale francofona. 

Un pilastro della Françafrique: il franco CFA

Franchi CFA. Foto di Kaysha, 24 Gennaio, 2010. (CC BY-NC-ND 2.0)

Uno degli elementi centrali della politica francese in Africa subsahariana fu la creazione, nel 1945, del franco CFA (“franco della Comunità Finanziaria Africana”), che divenne la valuta delle colonie francesi in Africa subsahariana.

Il franco CFA fu ancorato al franco francese e poi all'euro. Vennero create due diverse valute: il franco dell'Africa centrale per il Camerun, la Repubblica Centrafricana, il Ciad, la Repubblica del Congo, la Guinea Equatoriale e il Gabon, e il franco dell'Africa occidentale per il Benin, il Burkina Faso, la Costa d’Avorio, la Guinea-Bissau, il Mali, il Niger, il Senegal e il Togo. In pratica, tuttavia, entrambe le valute erano alla pari e interscambiabili. 

Parigi ordinò che le Banche Centrali africane mantenessero tra il 50 e il 65% delle loro risorse estere [fr] nella Banca Centrale di Francia per garantire la convertibilità del CFA a un tasso di cambio fisso.

Il 22 dicembre 2019 la Francia e otto governi dell'Africa occidentale annunciarono che avrebbero sostituito il franco CFA con una nuova valuta (sempre ancorata all'euro) chiamata Eco [it]. La dichiarazione creò una certa confusione poiché l'Eco era stata dapprima lanciata da sei stati membri di una delle maggiori unioni economiche in Africa, la Comunità Economica degli Stati dell'Africa occidentale [it] (ECOWAS). L'obiettivo finale è avere una valuta comune per la maggior parte dell'Africa centrale e occidentale, come ha spiegato l'economista camerunense Martial Ze Belinga:

In a way, we now have two Ecos. One that the 15 African countries voted for and whose name was already decided in 2003. And today there is a new Eco which France and the West African Economic and Monetary Union (WAEMU) countries have chosen — independently of the others. This seems astonishing. One could at least have waited for them to give their approval.

In un certo senso, adesso abbiamo due Eco. Uno per cui quindici paesi africani hanno votato e il cui nome era già stato deciso nel 2003. E oggi abbiamo un nuovo Eco che la Francia e l'Unione Economica e Monetaria ovest-africana (UEMOA) hanno scelto, indipendentemente dagli altri. Mi sembra incredibile. Si sarebbe potuto almeno aspettare di aver ricevuto la loro approvazione.

Valutazione del ruolo del franco CFA

La dichiarazione sula fine del franco CFA ha rilanciato il dibattito sull'eredità del colonialismo francese. La domanda principale è se il franco CFA ha beneficiato lo sviluppo delle economie dell'Africa occidentale e centrale o se ha permesso alla Francia di manipolare le economie locali e i sistemi politici e represso lo sviluppo di questa regione. 

I sostenitori del franco CFA affermano che il sistema ha permesso un’inflazione relativamente bassa e stabilità finanziaria [fr] e che i fondi depositati nella Banca Centrale di Francia hanno generato interessi che sono poi stati trasferiti ai governi africani. Qualsiasi paese avrebbe potuto lasciare la zona del franco CFA per breve tempo, come fece il Mali dal 1962 al 1984, o irrevocabilmente, come accadde per la Guinea, la Mauritania e il Madagascar. I sostenitori di questa valuta dicono anche che mentre il franco CFA poteva essere stampato in Francia, le valute di altri paesi africani sono stampate in paesi come il Regno Unito e la Germania. 

Il giornalista nigeriano David Hundeyin fa notare che i leader populisti si appropriano spesso del dibattito sul franco CFA:

A rather unhelpful effect of the framing around the CFA conversation is that France is often typecast as the quintessential colonial power hanging on to its empire by all means, which fits in neatly with the narrative of the CFA Franc being a tool for French neo colonial subjugation in the 21st century. In fact, France is a remarkably different country now to what it was in the mid-20th century.

Un'inutile conseguenza del modo in cui si focalizza l'attenzione sulla questione del franco CFA è che la Francia è spesso etichettata come potenza coloniale per antonomasia attaccata al suo impero ad ogni costo e ciò calza a pennello con l'idea che il franco CFA sia uno strumento del soggiogamento neocoloniale francese del XXI secolo. La Francia è in realtà un paese notevolmente diverso rispetto a com'era alla metà del XX secolo.

Gli oppositori del franco CFA, d'altro canto, lo condannano come forma di colonialismo finanziario nascosto. Alcuni hanno usato lo slogan “tassa dell'era coloniale francese” per descrivere il versamento di risorse finanziare nella Banca Centrale di Francia, che nel 2015 ammontava a 14 miliardi di euro [fr].

È vero che per anni Parigi ha richiesto dei rappresentanti nei consigli di molte Banche Centrali africane, suscitando legittime preoccupazioni sull'indipendenza dei processi di decisione. L'economista senegalese Demba Moussa Dembele ha notato [fr] che con questo sistema “i paesi africani sono privati delle loro attività liquide.” Dembele fa notare che il sistema di convertibilità ha permesso lo spostamento di grandi quantità di capitale africano in Francia in tempi di crisi. Nel complesso ritiene che il problema riguardi la sovranità, vale a dire che ogni paese dovrebbe avere pieno controllo sulla sua valuta. 

Per l'economista togolese Kako Nubukpo il problema principale [fr] è che le politiche finanziarie continuano ad essere dettate dalla Banca Centrale Europea e riflettono un modello di sviluppo europeo che ha poco valore per le economie africane:

Je ne pense pas que nos pays puissent se développer en pratiquant la politique monétaire de l’Allemagne. Or la situation est bien celle-là. Notre arrimage à l’euro nous contraint à pratiquer la politique monétaire d’un pays fort dans des économies faibles. Cela revient à taxer les exportations et à subventionner les importations.

Non penso che i nostri paesi possano svilupparsi praticando le politiche monetarie della Germania. Eppure così è la situazione. Essendo ancorati all'euro abbiamo forzato la politica monetaria di un paese forte in uno debole. Questo equivale a tassare le esportazioni e incentivare le importazioni.

Facendo eco alle preoccupazioni di Dembele, Nubukpo nota [fr] che:

Puisque il n’y a pas de limites à la convertibilité, les élites locales ont tout loisir de placer leur argent sur un compte étranger ou d’acheter un appartement parisien. C’est le point central. Nous avons des élites rentières qui n’ont pas intérêt à faire évoluer ce système. En Guinée équatoriale, la moitié du PIB est transféré à l’étranger pour rémunérer la propriété du capital. C’est considérable.

Visto che non c'è limite alla convertibilità, le élite locali sono libere di mettere i loro soldi in un conto estero o comprare un appartamento a Parigi. Questo è il problema principale. Abbiamo élite che vivono del reddito delle loro proprietà e che non hanno alcun interesse a cambiare il sistema. Nella Guinea Equatoriale la metà del PIL è trasferita all'estero a supporto dell'acquisto di proprietà. È notevole.

L'economista senegalese Ndongo Samba Sylla fa un paragone con le ex colonie francesi in Nord Africa, sostenendo che:

“The CFA franc is characterised as a credible and stable currency, a significant virtue given the experience of most currency-issuing African nations. This counter-argument is, however, flawed: experience shows that nations like Morocco, Tunisia and Algeria, which post-independence withdrew from the franc zone and minted their own currency, are stronger economically than any user of the CFA franc.”

Il franco CFA è descritto come una valuta credibile e stabile, una qualità importante vista l'esperienza di molte nazioni africane che emettono valuta. Ma questa controargomentazione è errata: l'esperienza dimostra che le nazioni come il Marocco, la Tunisia e l'Algeria, che sono uscite dalla zona del franco dopo l'indipendenza e hanno coniato la loro valuta, sono più forti economicamente delle nazioni con il franco CFA.

Al di là delle discussioni economiche, il problema riguarda anche il dibattito pubblico sul passato coloniale francese, o la sua assenza. Come osserva lo scrittore e giornalista senegalese Boubacar Boris Diop [it]:

“To be frank, the meek silence of Francophone African intellectuals is the main reason why French public opinion thinks there is nothing wrong with Françafrique.”

In tutta sincerità, il silenzio remissivo degli intellettuali francofoni è la ragione principale per cui l'opinione pubblica francese pensa che non ci sia nulla di sbagliato con la Françafrique.

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