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Il decreto Minniti-Orlando: “sicurezza urbana” o repressione?

Il ministro degli interni in quota Partito Democratico, Marco Minniti

Il ministro degli interni Marco Minniti, PD (Foto via Palazzo Chigi)

“È di destra un decreto che, per la prima volta nella storia repubblicana, risponde a una legittima richiesta di sicurezza?” Sono queste le parole [it, come tutti i link successivi] cui il Ministro degli Interni Minniti si è giustificato dopo le polemiche suscitate dal decreto legge sulla “Sicurezza Urbana” (redatto insieme al Ministro della Giustizia Orlando) entrato in vigore il 20 febbraio di quest'anno, e approvato definitivamente dal parlamento il 12 aprile 2017 assieme a un'altra controversa misura sull'immigrazione.

Il provvedimento in questione aumenta il potere dei sindaci di comminare sanzioni e invoca una maggiore collaborazione tra Stato ed enti locali nella gestione della sicurezza, con modalità da definirsi di volta in volta tramite specifici patti tra governo, comuni e regioni. L'obiettivo dichiarato dal testo è quello di andare incontro alle esigenze di “vivibilità” e di “decoro delle città”, da perseguire non solo per mezzo del conferimento di maggiori poteri ai primi cittadini, ma anche tramite interventi di “riqualificazione e recupero delle aree o dei siti più degradati, l'eliminazione dei fattori di marginalità e di esclusione” (Articolo 4, comma 1). Di quali interventi precisamente si tratti non è però chiarito nel decreto, e in ogni caso è difficile valutare in che modo verranno reperite le risorse necessarie per attuarli. Esiste infatti un recente accordo tra il Ministero di Economia e Finanza e le Regioni che prevede un taglio drastico ai fondi per l'assistenza sociale, mentre nell'articolo 17 si afferma che il provvedimento non deve comportare “nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica”.

Sarà invece applicabile senza complicazioni la norma nota come “DASPO urbano” (dal nome di un analogo provvedimento indirizzato agli ultras del calcio) che permette ai sindaci di impedire l'accesso al territorio cittadino a chiunque abbia ricevuto una condanna per reati che colpiscono “la persona o il patrimonio”, o abbia commesso infrazioni di vario genere. Parliamo insomma di furti, aggressioni, spaccio di stupefacenti, sfruttamento della prostituzione, o fenomeni di abusivismo (vedi: vendita di merce contraffatta), ma anche di scritte sui muri, o occupazioni non autorizzate di spazi pubblici come ad esempio bivacchi e accattonaggio; tutte condotte nei confronti delle quali aumentano inoltre le sanzioni pecuniarie.

Non manca chi ha rilevato che il DASPO urbano violi il principio della divisione dei poteri (un primo cittadino non è un giudice) e quello della presunzione d'innocenza, dato che la disposizione può coinvolgere persone ancora in attesa di una sentenza definitiva. Altri commentatori, tra cui l’Osservatorio Repressione (legato alla sinistra radicale), ma anche più moderati come Roberto Saviano, hanno sottolineato che i fenomeni toccati dal decreto non sono semplicemente dei “crimini”, ma gli effetti di un “disagio sociale” da risolvere alla radice e non approfondendo il ruolo di “sceriffi” dei sindaci, introdotto dal leghista Maroni quando era Ministro degli Interni nel triennio 2008-2011.

Il sospetto è che il decreto miri a cavalcare un certo clima populista di destra più che ad affrontare un reale “problema-sicurezza”: lo suggeriscono, del resto, gli ultimi dati sulla criminalità. Saviano introduce così su Facebook il suo articolo:

Con il decreto Minniti il PD si mette fuori dalla storia del riformismo italiano […] Non il povero era il problema, ma la povertà. Non il criminale, ma il crimine.

C'è però chi è pronto a esprimere supporto al decreto:

Caro Saviano […] farebbe meglio a fare un giretto nelle nostre città italiane, ovviamente con la sua scorta, per vedere il degrado e la criminalità che invadono ogni anfratto. Non è razzismo o populismo è solo vivere nella realtà odierna dove non esistono più regole e leggi perché tutto si permette ai presunti “poveretti” a scapito delle persone per bene.

Non stupisce, inoltre, se il primo ad emanare un'ordinanza che prevede multe salate e “DASPO urbano” per clochard e writers sia stato un sindaco della Lega Nord (quello di Gallarate), mentre altri esponenti dell'estrema destra hanno cercato di prendere in contropiede il PD sfruttando propagandisticamente la situazione.

Le critiche non si sono tuttavia limitate all'approccio con cui il decreto affronta degrado ed emarginazione. Secondo il documento, infatti, il governo avrà maggiore voce in capitolo nei confronti delle occupazioni di case sfitte (un fenomeno in corso da anni) con l'affidamento al Prefetto dell'ultima parola rispetto all'intervento della “della forza pubblica” per le azioni di sgombero. Inoltre sarà sempre il governo a proporre ai Comuni “patti di sicurezza” volti ad assicurare, tra le altre cose, il contrasto di fenomeni che “comportino turbativa del libero utilizzo degli spazi pubblici.” Secondo alcuni, tra cui il sito La Riscossa, sarebbe un modo velato per parlare di picchetti sindacali, o delle azioni dimostrative in cui normalmente sfociano le manifestazioni, come l'occupazione di una piazza o dei binari di una stazione, le quali tra l'altro rientrano nella stessa gamma di infrazioni per cui è previsto il “DASPO urbano”.

Testimonianza di un manifestante fermato dalle autorità durante le celebrazioni dei Trattati di Roma il 25 marzo 2017. Fonte: profilo Facebook di Mario Pozzan, pubblicato con la sua autorizzazione.

Che tali espedienti mirino a colpire attivisti e manifestanti lo suggerisce lo stesso contesto in cui il decreto Minniti emerge, secondo Contropiano, segnato dal consolidamento di un atteggiamento sempre più repressivo nella gestione dei conflitti sociali da parte delle istituzioni. L'ultimo esempio di questa tendenza l'abbiamo avuto il 25 marzo scorso, durante le celebrazioni dei Trattati di Roma, quando è stato impedito a oltre un centinaio di manifestanti di prendere parte al corteo contro l'Unione Europea solo perché indossavano una felpa con cappuccio.

Inoltre, il livello di militarizzazione della Capitale rasentava il paranoico con la chiusura dello spazio aereo e il dispiegamento di 5000 poliziotti a fronte di 10.000 manifestanti.

Il giorno successivo, il governo ha rivendicato il merito dell'assenza di scontri durante il corteo, mentre secondo il collettivo Militant bisogna ringraziare soprattutto i manifestanti.

Tornelli blindati

La prima assemblea di Via Zamboni 38 successiva all'intervento della celere in università. Fonte: www.zic.it

La prima assemblea di Via Zamboni 38 successiva all'intervento della celere in università. Fonte: www.zic.it

Negli ultimi tempi, in realtà, si sono verificati altri episodi che hanno segnalato un innalzamento del livello repressivo, evidenziando però anche i limiti incontrati dagli apparati di polizia nel tentativo di contenere le proteste. Un esempio è quanto successo a metà febbraio all'Università di Bologna, dopo che una ventina di agenti in tenuta antisommossa hanno fatto violentemente irruzione nella “Biblioteca di discipline umanistiche” (il “36” di Via Zamboni), occupata da un gruppo di studenti che si opponevano all'installazione di un sistema di limitazione degli accessi ai soli possessori di tesserino universitario (i “tornelli”). Secondo il Collettivo Universitario Autonomo infatti la misura aveva come obiettivo quello di snaturare una biblioteca percepita dagli studenti come libero luogo di socialità. Altri, come gli attivisti di Rivoluzione, si sono invece concentrati sul legame tra l'installazione del dispositivo finanziato da una Fondazione legata a Unicredit Banca  e lo strapotere dei privati nelle decisioni universitarie. Dal canto suo il Rettore aveva giustificato il sistema di sorveglianza con la necessità di mettere in sicurezza dei locali diventati luogo di passaggio per tossicodipendenti e spostati. L'argomento  è stata rilanciato più volte dai media ufficiali; gli stessi che in molti casi si sono concentrati più sugli scontri avvenuti come reazione all'intervento della celere, che sulla violenza della polizia. La ferocia dell'azione ha tuttavia finito per far convergere centinaia di ragazzi in una serie di grandi assemblee dove molti hanno espresso l'esigenza non solo di ottenere la rimozione dei “tornelli” dalla biblioteca, ma anche quella di contestare il modello di “università azienda” introdotto dalla riforma Gelmini del 2010.

Le proteste dei “no Tap”

Un ulteriore episodio in cui si è manifestato l'effetto ambiguo della repressione è avvenuto a fine marzo in Puglia, nei pressi di Meledugno: è il caso della protesta contro la Trans-Adriatic Pipeline, un gasdotto che dall'Azerbaijan dovrebbe arrivare in Nord-Europa passando per il Salento (e appunto per l'Adriatico) ritenuto strategico dal governo per “lo sviluppo sostenibile del paese”.

Le barricate erette dai residenti per bloccare i lavori del gasdotto. Foto: Alessandra Tommasi dall’approfondimento di Global Voices sul tema.

Secondo il Comitato no Tap si tratta invece di un'operazione di devastazione del territorio al servizio di un manipolo di speculatori e ai danni dei contribuenti, essendo il fabbisogno italiano di gas naturale attualmente soddisfatto dalle infrastrutture in funzione. Anche qui, la repressione del gruppo di manifestanti che si opponeva allo sradicamento di alcuni ulivi (appronfondimento di Global Voices) lungo il percorso del gasdotto ha avuto l'effetto di aumentare l'attenzione e il coinvolgimento nella protesta degli abitanti della zona.

A differenza di altri paesi europei come la Spagna, l'Italia non ha ancora conosciuto in seguito alla crisi economica un movimento di massa contro le politiche di austerità e per i diritti sociali. Gli episodi citati in questo articolo parlano ancora di conflitti parziali e geograficamente limitati, che tuttavia suggeriscono che qualcosa si stia muovendo e che il governo stia facendo fatica ad abbassare la temperatura.

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