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La primavera democratica del Sudan si sta trasformando in una lunga e spiacevole estate

Manifestanti vicini alla sede centrale militare a Khartoum nell'April 2019. Foto di M. Saleh (CC BY-SA 4.0)

Quando lo scorso aprile i manifestanti obbligarono Omar al-Bashir ad abbandonare il potere in Sudan [en, come tutti i link a seguire salvo diversa indicazionedopo 30 anni di dittatura, fu un momento di pura felicità per il mondo intero. Il Tribunale dell’Aia ha da sempre voluto processare Bashir per genocidio e crimini di guerra del Darfur, e la sua espulsione era un passo chiave verso un Sudan libero e democratico e verso la giustizia per gli abitanti della regione.

Ma i fatti successivi sono stati meno incoraggianti. Il corpo militare sudanese ha promesso delle elezioni, ma non prima di due anni. Il consiglio militare di Transizione (TMC), ovvero i leader militari che sono al momento a capo del paese, includono personalità vicine a Bashir tra cui il generale Ahmed Awad Ibn Auf, sospettato di aver comandato i massacri in Darfur. Molti sudanesi credono che Mohamed Hamdan Dagalo, conosciuto come Hemedti, sia la persona che sta realmente reggendo il TMC, dove ha il ruolo di vice presidente. Hemedti non solo reclutava e comandava molti combattenti Janjawid che hanno brutalmente soppresso i dissidenti nel Darfur, ma è stato anche accusato di aver reclutato bambini soldato dal Darfur per portarli tra le schiere saudite e combattere la guerra civile in Yemen. 

Nonostante il pericolo, i manifestanti sudanesi sono tornati in strada chiedendo l’immediata transizione a un governo civile. Le loro richieste sono state violentemente represse. Il 3 giugno le forze di sicurezza tra cui le Rapid Support Forces (RSF) (milizie paramilitari sudanesi), — i cui membri sono i veterani dei Janjawid responsabili dei massacri del Darfur, hanno ucciso più di 100 manifestanti, buttando i corpi nel Nilo, stuprando e rapinando i civili che venivano fermati ai check point militari.

Nonostante questi terribili incidenti, i cittadini sudanesi hanno continuato a combattere, lanciando uno sciopero di massa Domenica 9 giugno.

La lotta su internet

Come accade nella maggior parte dei conflitti oggigiorno, l’informazione ricopre un ruolo fondamentale nella lotta tra attivisti e militari. Le proteste che cacciarono Bashir e che hanno sfidato i militari sono state organizzate da gruppi della classe media come l'Associazione sudanese dei professionisti e la Commissione Centrale dei Medici sudanesi utilizzando le piattaforme social specialmente Facebook. Dal massacro del 3 giugno, la rete mobile sudanese è stata bloccata, rendendo molto difficile l’organizzazione e il racconto delle notizie. In precedenza il governo aveva bloccato internet per 68 giorni, per combattere le proteste che hanno portato alla cacciata di Bashir.

Facebook è stato uno strumento importantissimo nel riportare le donne sulla strada a protestare. Tamerra Griffin ha scritto di gruppi Facebook di sole donne che inizialmente venivano utilizzati per notizie di gossip, e che poi iniziarono a mobilitarsi per identificare ufficiali di sicurezza violenti che venivano poi perseguitati e cacciati dal vicinato. La presenza delle donne nei movimenti di protesta e le loro Zagrounda chant — gli ululati di felicità tipiche di queste zone — sono diventate simbolo della rivolta [it]. Bashir aveva dichiarato che il governo non sarebbe potuto cambiare tramite WhatsApp e Facebook. La sua espulsione dimostra invece che il potere dei social network come strumento di mobilitazione venga spesso sottovalutato dai governi.

Ma ora i social media vengono utilizzati sia dai militari che dall’opposizione. Internet non è mai stato bloccato del tutto e il governo è riuscito a mantenere la propria presenza su Facebook con quattro pagine controllate dalla RSF, che riportano la versione degli eventi dal punto di vista dei militari. L'attivista sudanese Mohamed Suliman sta organizzando una campagna di petizione per richiedere a Facebook di rimuovere queste pagine dato che promuovono la violenza contro i manifestanti pacifici del paese.

Oltre a combattere la propaganda su Facebook, gli attivisti presenti all’interno e fuori dal paese stanno cercando dei modi per far tornare l’accesso internet al popolo comune, così da poter continuare a organizzare le proteste e documentare la violenza del governo. Gli attivisti stanno organizzando una rete di scambio informazioni tramite sms e chiamate, ma alcuni miei amici si chiedono se tecnologie come quella di Google Loon possano essere utilizzate a Khartoum. (La risposta è forse. Loon è come se fosse un’antenna per reti telecomunicazioni già esistenti e quelle reti in Sudan sono state costrette a tagliare la connessione. Inoltre, un palloncino che svolazza a 20 km dalla città è plausibile che diventi un obiettivo di un missile).

Fino a poco tempo fa, i pochi cittadini che avevano l’accesso ADSL rendevano pubblico il proprio WiFi, oppure ne condividevano le password con gli amici invitandoli a postare dei messaggi dalle loro case. Un paio di giorni fa stavo leggendo la notizia, non confermata, che perfino le ADSL sono state bloccate. Questo potrebbe essere il segnale d’inizio di una nuova fase di giro di vite.

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L’ultima rete internet ADSL che era disponibile “Sudani ADSL” è stata bloccata.

Questo completa la stretta sul paese, dato che una rete internet completamente disabilitata dà maggiore possibilità alle milizie del janjaweed di continuare con le violenze e le uccisioni dato che manca l’attenzione mediatica.

Nella mattinata del 10 giugno, Yassir Arman, una delle figure più importanti del Movimento di Liberazione che ha combattuto una guerra contro Khartoum guidando all’indipendenza del Sud Sudan, è stato deportato da Khartoum a Juba con un elicottero militare.

Sono stato deportato contro la mia volontà con un elicottero militare da Khartoum a Juba. Non ero conscio di dove mi stessero portando. Gliel’ho chiesto tante volte. Mi hanno legato sull’elicottero insieme al compagno Ismail Khamis Jalab e Mubarak Ardol.

In futuro, uno dei principali canali di informazione dal Sudan potrebbero essere i sudanesi che sono stati costretti a fuggire dal paese, ma che essendo in contatto con le persone rimaste riescono a riportare le notizie dai paesi confinanti.

I paesi vengono definiti a seconda dei rapporti che hanno, e chi supporta il governo militare è ben rifornito: l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti hanno donato 3 miliardi di dollari per aiutare i leader militari. Dato che l’amministrazione di Trump ha stretto rapporti con il governo saudita e quello degli Emirati obbligando il Congresso ad accettare di vendere le armi a quei regimi, sembra impossibile che una petizione alla Casa Bianca in cui richiedere di riconoscere il RSF come organizzazione terroristica possa essere accettata. (Al contrario l’Unione Africana, che ha una storia deplorevole nell’ignorare il cattivo comportamento dei leader africani, ha sospeso il Sudan dopo il giro di vite dello scorso weekend.

Alcune cose che possiamo fare per aiutare

È difficile sapere cosa possa fare un privato cittadino quando deve affrontare una situazione come quella del Sudan. Ecco alcuni pensieri su cosa possa essere davvero di aiuto:

– Fare attenzione e chiedere agli altri di fare altrettanto. Tutti i governi, inclusi quelli militari, sono limitati nelle azioni che possono fare percepite dal pubblico. Se l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti capiscono che le persone sono realmente interessate a quello che sta facendo la milizia sudanese, potrebbe limitarli nel voler supportare un governo comandato in parte da colpevoli di genocidio (génocidaires). La reporter Yousra Elbagir è in prima fila a Kharotum e il suo profilo Twitter è molto di aiuto. Declan Walsh, capo redattore del New York Times sta facendo degli ottimi reportage dal posto. Reem Abbas, una giornalista e blogger sudanese [ar], condivide contenuti eccellenti, la maggior parte in arabo. Il riassunto del conflitto realizzato da Al Jazeera è eccellente, ma ho paura che il loro affidamento sulle interviste via Skype potrebbe limitare la loro copertura sugli eventi

– Per far sì che le persone si interessino a quello che succede in Sudan, consiglio l’episodio a tratti stupido ma di buon cuore di “Patriot Act” di Hasan Minhaj sul movimento pro democratico e la reazione violenta del governo militare.

– Fare pressione alle organizzazioni che aiutano a legittimare il governo militare. Questo include Facebook, che non dovrebbe avere pagine del Rapid Support Forces, o di qualsiasi altra entità associata al governo militare di transizione.

I due operatori di telecomunicazioni del Sudan – MTN e Zain – sono società internazionali che potrebbero (in teoria) essere messe sotto pressione per violare le richieste di blocco da parte dei militari. Zain è una società del Kuwait e questo vuol dire che è ampiamente influenzata dall’Arabia Saudita, ma MTN da compagnia sudafricana potrebbe essere suscettibile a pressioni e azioni legali da parte degli azionisti. Internet Society ha rilasciato una dichiarazione dove richiede al Sudan di ripristinare internet. Non è ancora chiaro se potranno essere un punto di riferimento per organizzare delle proteste contro la MTN.

– Può risultare difficile far arrivare dei soldi in Sudan. Mentre l’amministrazione Trump ha rimosso alcune sanzioni fiscali nel 2017, rimagono ancora quelle che sono state provocate dal conflitto in Darfur. I miei amici del Sudan mi hanno indicato Bakri Ali e la University of Khartoum Alumni Association USA, organizzazione no-profit che sfrutta il fatto di essere esentasse per consegnare aiuti ai manifestanti democratici.

Può essere difficile, ora, ricordare l’eccitazione e l’entusiasmo che ha accompagnato la rivoluzione egiziana e le altre primavere arabe. Ma dopo solo un anno di governo eletto democraticamente, la dittatura militare è salita al potere. La paura ora è che il Sudan possa passare da una dittatura all’altra, da un inverno arabo all’altro, senza una primavera. Alcuni manifestanti sudanesi hanno usato lo slogan “Vittoria o Egitto” per indicare che alla peggio il risultato della rivoluzione potrà essere una dittatura. Ma in realtà il risultato peggiore è la prospettiva di una violenza militare sistematica come accadde in Darfur, senza l’intervento della comunità internazionale. Quelle persone sono ancora al potere, e noi stiamo facendo finta di niente.

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