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I giganti della Silicon Valley stanno costruendo infrastrutture internet in Africa. L'Africa dovrebbe preoccuparsi?

Formazione tecnologica rivolta ai giovani in Sudafrica. Foto di Beyond Access via Flickr/CC BY-SA 2.0.

A partire dagli anni '90, governi, aziende di telecomunicazioni e organizzazioni per lo sviluppo hanno tentato di migliorare le infrastrutture internet in Africa con vari interventi locali e internazionali. 

L'Africa ha, tuttavia, ancora il tasso di diffusione di internet più basso al mondo. È, infatti, al di sotto del 40%, mentre la media globale è del 58% [en, come tutti i link successivi salvo diversa indicazione]. Solo sette paesi africani compaiono nei primi cento posti della classifica dell’Indice di disponibilità della rete 2019 (Networked Readiness Index), ma nessuno di questi è tra i primi settanta.

Al momento, giganti della tecnologia come Google e Facebook, che hanno sede nella Silicon Valley in California, sono in testa alla corsa per investire nelle infrastrutture internet in Africa. Cos'è in gioco se questi giganti della tecnologia prenderanno in mano il futuro digitale dell'Africa?

Prima che arrivassero Google e Facebook, in Africa, altri progetti per infrastrutture internet volevano garantire il collegamento a internet a tutti gli africani. Per esempio, l'Unione africana aveva istituito il programma e-Africa, l'Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale (USAID) aveva stanziato 15 milioni di dollari per il suo progetto Leland, la Banca africana di sviluppo aveva aiutato la fondazione dell’ EASSy (East Africa Submarine Cable System) e la Banca mondiale aveva stanziato circa 424 milioni di dollari

Tutti questi progetti avevano come obiettivo comune costruire infrastrutture internet che connettessero tutti i paesi africani tra loro e al resto del mondo attraverso dei sistemi di cavi terrestri e sottomarini, alcuni già esistenti e altri in programma.

L'Africa ha il tasso di crescita maggiore al mondo per quanto riguarda la diffusione dei telefoni cellulari e questo rende il continente “allettante” per aziende tecnologiche globali come Google e Facebook.

Le aziende tecnologiche della Silicon Valley a guida dell'Africa

Nel corso degli anni, il settore privato (per lo più quello delle telecomunicazioni) ha guidato l'espansione delle infrastrutture internet sul continente, ma negli scorsi anni le multimiliardarie aziende tecnologiche della Silicon Valley hanno dominato quest'espansione.

Google è la prima azienda tecnologica e non di telecomunicazioni non solo a investire in un sistema sottomarino di cavi a banda larga, ma anche a costruire un sistema intercontinentale e privato di cavi

Nel 2011, Google ha iniziato un progetto interno, CSquared, per costruire delle reti metropolitane in fibra ottica da affittare poi a operatori di reti mobili e fornitori di servizi Internet (ISPs) secondo un modello di commercio all'ingrosso.

Il progetto, che ora è un'azienda commerciale indipendente, ha come partner Mitsui & Co. (Giappone), Convergence Partners (Sudafrica) e la Società finanziaria internazionale (IFC, Banca mondiale) con un fondo ben consolidato di 100 milioni di dollari, per investire nelle infrastrutture internet a banda larga in Africa.

L'azienda ora possiede e manovra oltre 890 chilometri di fibra metropolitana nelle città di Kampala ed Entebbe in Uganda, più di 1070 chilometri di fibra in tre città del Ghana e 180 chilometri a Monrovia, in Liberia.

Google guida anche dei propri progetti privati di infrastrutture internet in Africa, tra cui il progetto Loon in Kenya ed Equiano (che prende il nome dallo scrittore ed ex-schiavo nigeriano Olaudah Equiano), un'infrastruttura sottomarina in fibra ottica che connetterà l'Africa e l'Europa, quando sarà completata nel 2021.

È quindi ovvio che Google vuole essere a capo della corsa agli investimenti nelle infrastrutture in Africa, ma anche Facebook sembra essere un concorrente agguerrito, nonostante i tentativi falliti di usare droni internet a energia solare per fornire l'accesso a internet.

Facebook ha provato un'opzione alternativa per collegare gli africani a internet con la sua app Freebasics. L'azienda ha collaborato con i fornitori di servizi di telecomunicazione nei paesi in via di sviluppo per permettere agli utenti di accedere a un certo numero di siti preselezionati, come ad esempio Facebook, senza usare dati mobili. Freebasics è stata vietata in India e molto criticata dalle società civili, incluso Global Voices [it], per essere un mezzo che colleziona i dati degli utenti e non connette in realtà chi non è connesso a internet.

In passato, Facebook si è principalmente dedicato a influenzare le infrastrutture internet esistenti nelle economie avanzate e non a investire in nuove infrastrutture. Per esempio, Facebook ha collaborato con Internet Society per garantire internet alle comunità rurali in Africa usando punti di interscambio internet [it] (IXPs), un punto di accesso dove molte reti locali e internazionali, fornitori di servizi internet e di contenuti connettono le loro reti tra loro invece che attraverso una rete di terze parti.

In Africa, Facebook ha anche messo in atto il suo progetto Express Wifi, fornendo una piattaforma WiFi comprensiva che i soci (fornitori di servizi di telecomunicazione) possono sfruttare per gestire e far crescere la loro offerta Wifi alle comunità locali.

Nel 2013, Mark Zuckerberg ha spiegato in un saggio il motivo per cui non ha senso economicamente investire nella costruzione di infrastrutture internet nei paesi in via di sviluppo per garantire loro internet:

Although the cost of building and maintaining networks made it prohibitively expensive to provide full internet access to everyone in the world, a focused effort on reducing the cost of delivering data and building more efficient apps would make it economically feasible to provide a set of basic online services for free to those who could not afford them.

Sebbene il costo della costruzione e del mantenimento della rete ha reso estremamente caro fornire un accesso completo a internet a tutti nel mondo, un impegno calibrato a ridurre il costo della fornitura dati e la costruzione di app più efficienti renderebbe economicamente possibile fornire servizi online di base gratuiti a chi non può permetterseli.

Eppure Facebook ha ora stanziato diversi milioni di dollari per costruire infrastrutture internet nei paesi in via di sviluppo, inclusa l'Africa. Zuckerberg ha capito che per “battere” Google in questa corsa deve comportarsi da vero atleta.

Lo scorso anno, Facebook ha collaborato con Main One per costruire un'infrastruttura internet in fibra ottica via terra ad accesso libero di 750 chilometri in Nigeria, con Airtel per costruire 800 chilometri di connessione in fibra in Uganda e 100 chilometri di connessione in fibra in Sudafrica.

Il 13 maggio Facebook ha annunciato 2Africa, uno dei maggiori investimenti che l'azienda abbia mai fatto per le infrastrutture internet in Africa. Il progetto mira a costruire quello che probabilmente sarà il più grande sistema sottomarino di cavi in fibra ottica per fornire internet all'Africa e al Medio Oriente. La collaborazione include Facebook, China Mobile International, MTN GlobalConnect (un ramo del gruppo sudafricano MTN), la multinazionale francese di telecomunicazioni Orange, l'azienda saudita di telecomunicazioni STC, Telecom Egitto, la multinazionale inglese di telecomunicazioni Vodafone, e la West Indian Ocean Cable Company. Insieme costruiranno 37000 chilometri di cavi che connetteranno l'Europa (verso est, dall'Egitto), il Medio Oriente (tramite l'Arabia Saudita) e 21 zone in 16 paesi dell'Africa.

Si ritiene che il progetto sarà completato entro il 2023-2024.

Cosa ci guadagnano i giganti della tecnologia?

Chi altro se non questi giganti della tecnologia può assicurare che l'Africa sia connessa a internet nel modo più veloce possibile e senza ritardi?

Questi giganti della tecnologia non offrono, però, regali che valgono miliardi senza aspettarsi qualcosa in cambio.

Lo scrittore di Quartz Yomi Kazeem mette in evidenza l'ovvia motivazione di profitto di queste aziende: “I dieci milioni di persone che saranno online rappresentano anche un mercato di riferimento più ampio per il numero sempre crescente dei loro prodotti e dei servizi pubblicitari”.

Inoltre, visto che il numero di persone non connesse a internet sta diminuendo in Europa e nelle Americhe, le aziende tecnologiche sono impazienti di cercare altri mercati emergenti e a basso reddito per aumentare le loro entrare ed espandere la loro quota di mercato.

Per esempio, circa 70% dei 2.3 miliardi di utenti Facebook attivi ogni mese vivono in Africa e Asia e Google ha un vantaggio di oltre 90% nel mercato dei motori di ricerca in Africa. In Kenya, più di metà del traffico mobile del paese è diretto da applicazioni di Facebook e Google

Le due aziende guadagnano inoltre la maggior parte delle loro entrare dalla pubblicità (le pubblicità forniscono 98% delle entrate di Facebook e 85% di quelle di Google). La loro redditività dipende dall'aumento del numero di utenti e dalle entrate che genereranno per ciascun utente.

L'Africa si dovrebbe preoccupare? Sì.

In Africa, un paese in cui circa 33 stati non hanno leggi a tutela della privacy, un'eccessiva dipendenza dalle aziende tecnologiche per avere internet rappresenta una sfida.

I politici hanno fatto molto poco finora per coinvolgere e trattare con le aziende per parlare di questa sfida.

L'Africa perciò è vulnerabile alla disinformazione di massa, alla monopolizzazione del mercato, allo sfruttamento e all'uso improprio di dati personali, come dimostrato, ad esempio, dallo scandalo Facebook-Cambridge Analytica.

La Pathways for Prosperity Commission ha giustamente fatto notare che nei paesi in via di sviluppo “l'uso e la progettazione digitale sono quasi del tutto assenti dalle discussioni sullo sviluppo della legislazione. La possibilità potenziale dei governi di far leva su regolamenti riguarda soprattutto la gestione del mercato delle telecomunicazioni, il controllo della connessione internet verso il mondo esterno e l'amministrazione dell'ecosistema delle offerte digitali domestiche”.

Facebook è stato molto indolente nel rispondere ai contenuti offensivi e violenti condivisi sulle sue piattaforme. Anche se l'azienda riceve degli avvertimenti, fa poco e niente per affrontarli, come si è visto recentemente con il tweet del Presidente Donald Trump riguardo le proteste #BlackLivesMatter in corso negli Stati Uniti. Twitter ha pubblicamente segnalato il tweet in quanto violazione delle sue regole, ma Facebook non lo ha fatto. Zuckerberg ha spiegato:

I just believe strongly that Facebook shouldn’t be the arbiter of truth of everything that people say online. Private companies probably shouldn’t be, especially these platform companies, shouldn’t be in the position of doing that.

Credo fermamente che Facebook non debba essere un arbitro di verità per quanto riguarda tutto ciò che la gente dice online. Le aziende private non dovrebbero esserlo e specialmente questo tipo di piattaforme non dovrebbero essere nella posizione di fare da arbitro.

I governi dovrebbero guidare o interagire con le aziende tecnologiche?

I governi dei paesi in via di sviluppo non sembrano dare priorità alle politiche relative all'accesso a internet. Idealmente, i governi potrebbero negoziare con le aziende tecnologiche, ma senza un regolamento per iniziare questa conversazione, le politiche e leggi digitali tanto attese non sono realistiche.

Nel resoconto pubblicato nel 2019 dal Center for Global Development, gli autori avvisano: 

Developing such a framework will not be easy, however, as it will require finding ways to (1) estimate the worth of disparate pieces of personal data whose value depends on being combined with other data to produce useful information and (2) track the value of data across multiple uses.

Sviluppare un tale regolamento non sarà facile, perché richiederà trovare modi per (1) stimare il valore di diversi tipi di dati personali il cui valore dipende dall'essere combinati con altri dati per produrre informazioni utili e (2) tracciare il valore dei dati attraverso diversi utenti.

I governi africani devono ammettere che internet è ora un bene pubblico globale e un diritto umano che offre grandissimi benefici sociali ed economici per i suoi utenti. Senza un regolamento comprensivo e realistico di norme e politiche digitali per queste aziende tecnologiche, le loro piattaforme digitali saranno usate irresponsabilmente per violenze e abusi invece che per supportare la crescita economica e l'innovazione.

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