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Proteste in Libano: le autorità sfruttano gli spazi digitali per far tacere le critiche

Manifestanti a Tiro, nel Libano meridionale, esultano per una cantante durante una manifestazione contro la corruzione del governo e le misure di austerità il 22 ottobre 2019. Crediti: RomanDeckert via Wikimedia / CC BY-SA  4.0.

Nota dell'editor: questo articolo fa parte di UPROAR [en, come tutti i link successivi, salvo diversa indicazione], un'iniziativa di Small Media che esorta i governi ad affrontare le sfide relative ai diritti digitali all’Universal Periodic Review (UPR).

Con lo scoppio di nuove proteste in Libano, la repressione online è destinata a continuare.

Nelle ultime settimane, le proteste sono aumentate mentre il paese è paralizzato dalle terribili ricadute dell'esplosione del porto di Beirut del 4 agosto, che ha danneggiato [it] la città e lasciato decine di migliaia di persone senza casa nella capitale libanese.

In seguito al bilancio delle vittime riportato di 190 morti e più di 6000 feriti, la popolazione si è ribellata contro la corruzione a lungo denunciata dell'élite politica per la negligente cattiva gestione da parte del governo delle migliaia di tonnellate di nitrato d'ammonio che sono state indicate come la causa dell'esplosione. Scaricato per sei anni in una struttura del porto di Beirut, il nitrato d'ammonio è stato immagazzinato accanto a 15 tonnellate di fuochi d'artificio e diversi contenitori di cherosene e acido cloridrico, ponendo le basi per la tragedia del 4 agosto.

Finora, le autorità libanesi hanno reagito con la repressione alle richieste della popolazione per una profonda riforma politica.

La repressione del governo nelle strade è stata accompagnata dalla repressione online. Mentre i critici per la radicata corruzione dell'élite politica salivano alle stelle in Internet, le autorità libanesi sfruttano gli spazi digitali online, dai social network ai servizi di messaggistica, per limitare la libertà di parola e di opinione online e mitigare i focolai anti-regime, una pratica che è stata a lungo denunciata da attivisti e difensori dei diritti umani.

Dal 2015, quando le proteste antigovernative hanno scosso il Libano per la cattiva gestione dei rifiuti da parte delle autorità, gli attivisti per i diritti umani hanno assistito a un'ondata di repressione online contro i dissidenti.

Il 17 ottobre 2019 è scoppiata un'altra ondata di proteste a livello nazionale , svelando il profondo malcontento della popolazione. Ancora una volta, i manifestanti ritengono l'elite politica corrotta responsabile per aver guidato il paese sull'orlo del collasso.

Questa volta le manifestazioni sono state innescate dal tentativo del governo di introdurre nuove tasse, tra cui un'ennesima proposta di tasse sulle chiamate vocali effettuate tramite servizi Internet come WhatsApp, un'applicazione mobile freeware per la messaggistica ampiamente utilizzata in Libano, soprattutto tra i giovani adulti. Ben presto, le rimostranze si sono trasformate nella più grande protesta anti-regime che il paese abbia vissuto in più di un decennio.

Con l'aumento dei disordini sociali, la repressione online del governo si è intensificata. Mentre i social media e WhatsApp sono stati ampiamente sfruttati dai manifestanti per organizzare, documentare e diffondere la protesta, le autorità libanesi sono ricorse all'identificazione e alla persecuzione dei dissidenti in base alla loro attività online.

Social Media Exchange (SMEX), un'organizzazione non governativa libanese che sostiene i diritti digitali in Medio Oriente e Nord Africa, ha monitorato la recente impennata della repressione da parte dello stato utilizzando Muhal, un osservatorio per la documentazione delle violazioni della libertà di parola online, riportando circa 44 casi tra ottobre 2019 e agosto 2020.

Mariam al-Shafie, knowledge & impact manager di SMEX, ha dichiarato a Global Voices:

Social media played a part in mobilizing the population during the mass protests; at the same time, we witnessed the increase of threats on the digital space with the calling in for investigations of many activists at the hands of different security agencies.

I social media hanno fatto la loro parte nella mobilitazione della popolazione durante le proteste di massa; allo stesso tempo, abbiamo assistito all'aumento delle minacce sullo spazio digitale con la richiesta di indagini verso molti attivisti per mano di diverse agenzie di sicurezza.

Da quando la crisi dei rifiuti del 2015 ha stimolato le manifestazioni contro il sistema, la risposta del governo alle accuse di corruzione e cattiva gestione è stata quella di reprimere le critiche e il dissenso sull'attuale crisi politica ed economica, ha denunciato Human Rights Watch in un report di novembre 2019.

La strategia di repressione del governo si è basata sopratutto su leggi penali sulla diffamazione, che puniscono coloro che criticano l'esercito, il presidente e i funzionari pubblici fino a tre anni di reclusione.

Secondo le prove raccolte da Human Rights Watch, l'uso di queste leggi per mettere a tacere la libertà d'espressione online è salito alle stelle negli ultimi anni, con la prevalenza di casi di diffamazione presentati da “potenti individui locali” accusati di “cattiva condotta, corruzione, o frode. ” Avvalendosi delle controverse leggi penali sulla diffamazione, le autorità statali perseguono le persone con l'accusa di macchiare l'immagine dello stato diffamando la reputazione dei rappresentanti statali.

Dal punto di vista legale, “il Libano offre solo protezione condizionale alla libertà di espressione, sia offline che online, il che consente agli organi giudiziari e non giudiziari di imporre restrizioni”, dice al-Shafie. “Sebbene il Libano abbia firmato una serie di convenzioni e trattati internazionali che affermano il suo impegno a proteggere la libertà di espressione, le sue leggi sono insufficienti”.

Il 15 giugno, l'agenzia di stampa nazionale libanese ha riferito che l'Ufficio per i diritti contro i reati informatici e la proprietà intellettuale è stato messo alla ricerca di post sui social media che violano le leggi sulla diffamazione, insultando il presidente, afferma Amnesty International.  Il rischio è che questa operazione possa intensificare ulteriormente gli attacchi alla libertà di parola perpetrati dalle autorità dello Stato, con un conseguente aumento degli arresti e delle indagini.

Sul Muhal di SMEX, la maggior parte dei casi di repressione online sembra la stessa. Recentemente, Raed al-Masry, professore di studi politici e internazionali, e Alwan Amin al-Din, fondatore e direttore del Sita Center for Studies, sono stati convocati dal ufficio per i crimini informatici il 3 agosto per un articolo scritto da Masry e pubblicato sul sito web del centro. Il pezzo accusava di corruzione il presidente dell'Università libanese, Fouad Ayoub. Dopo essere comparsi davanti all'ufficio, entrambi gli imputati sono stati successivamente rilasciati.

In un caso simile, un report anonimo che denunciava frodi fiscali presso la Banca centrale del Libano è stato divulgato dalla giornalista Dima Sadek e pubblicato sulla piattaforma mediatica indipendente Daraj. Successivamente, Sadek è stata contattata dal Cybercrimes Bureau il 18 maggio, mentre era indagata con l'accusa di “indebolimento della situazione finanziaria dello Stato”, ai sensi degli articoli 319 e 320 del codice penale, sottolineano le fonti di SMEX.

La denuncia è stata presentata da Riad Salamé, governatore della Banca centrale del Libano. Lo SMEX riferisce che, secondo le fonti disponibili, Sadek è stata interrogata per 5 ore; ad oggi, non ci sono ulteriori aggiornamenti sul caso.

Mentre i manifestanti continuano a utilizzare le chat di gruppo su WhatsApp per organizzare e coordinare le manifestazioni, le autorità libanesi hanno iniziato a infiltrarsi in questi gruppi. Secondo le informazioni raccolte da un'indagine della radio pubblica nazionale (NPR) con sede negli Stati Uniti, le autorità utilizzano questa strategia per identificare e perseguitare i leader della protesta. La strategia ha creato paura tra partecipanti e manifestanti, la cui identità e anonimato sono a rischio.

Arresti arbitrari e interrogatori su attività online, post sui social media e chat di WhatsApp mettono a rischio non solo la vita e la libertà di parola di giornalisti, attivisti e leader della protesta, ma anche il futuro delle proteste stesse. “Ora, molti giovani ritengono che non ci siano risultati nell'azione che stanno compiendo. A causa delle tattiche delle autorità libanesi, il disimpegno è aumentato”, ha detto al-Shafie.

“Dopo l'esplosione del porto di Beirut il 4 agosto, abbiamo visto molti tornare in piazza per protestare contro l'élite politica e le persone al potere, la cui corruzione ha portato a questa grossa esplosione”, aggiunge, “Eppure, la situazione in Libano è in continua evoluzione e con la COVID-19 in aumento, non possiamo immaginare cosa accadrà.”

Ora più che mai, la sicurezza e i diritti digitali restano fondamentali per garantire la libertà di parola di cittadini, giornalisti e attivisti e salvaguardare i loro diritti di protesta in mezzo al trambusto di massa.

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