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Cosa succede a Maekelawi? Racconti di torture in un carcere etiope destinato alla chiusura

Tutti i membri di Zone9 ad Addis Abeba, 2012. Nella foto, da sinistra a destra: Natnael, Abel, Befeqadu, Mahlet, Zelalem e Atnaf. Foto resa disponibile per gentile concessione di Endalk Chala.

Questa settimana, il Primo ministro etiope Hailemariam Desalegn ha reso noto [en, come i link seguenti] che Maekelawi, uno dei più famosi centri di detenzione del Paese, verrà chiuso.

La notizia ha suscitato una serie di emozioni contrastanti in molti etiopi che sono sopravvissuti alle infami pratiche di tortura usate a Maekelawi. Tra questi, Befeqadu Hailu, autore, blogger e sostenitore dei diritti umani di Global Voices.

Nel 2014, Befeqadu fu arrestato [en come i link seguenti] insieme ad altri otto blogger e giornalisti, a causa della sua collaborazione su un blog collettivo conosciuto con il nome di Zone9, dove venivano pubblicati molti articoli sugli obblighi del governo di rispettare i diritti umani e la legge costituzionale.

I nove scrittori sono stati incarcerati e trattenuti a Maekelawi senza un'accusa formale per dodici settimanale nel 2014, prima di essere condannati in base alla legge contro il terrorismo etiope.

Successivamente, Befeqadu ha scritto un resoconto personale sulla sua esperienza presso il centro di detenzione, che condividiamo allo scopo di fare luce sulla dura realtà di Maekelawi e su come il centro viene attualmente gestito da parte del governo etiope.

In una lettera dell'agosto 2014, fatta pervenire a Global Voices dagli avvocati del blogger, Befeqadu scriveva:

The idea of setting a foot in the compound of the ill-famed Maekelawi detention center gives a cold shiver to anyone who knows its history. But my sheer optimism and trust that the brutal and inhumane treatment of people was a distant memory saved me from trembling as I was escorted into the compound. The same was true of my friends, I suppose. What is more, we had nothing to be scared of, because we are neither undercover agents nor members of armed forces. We are just writers.

But as soon as I arrived at Maekelawi, [other] detainees informed me that I had been placed in one of the notorious sections of the detention center, known as “Siberia”. In less than a week, I felt like I was living in the middle of an account from the 2013 Human Rights Watch report entitled “They Want a Confession”.

L'idea di mettere piede nel complesso dell'infame centro di detenzione di Maekalawi fa venire i brividi a chiunque conosca la sua storia. Il mio ottimismo e la mia fiducia che il trattamento inumano e brutale dei prigionieri fosse una memoria del passato mi hanno impedito di tremare mentre venivo scortato all'interno della struttura. Suppongo che ciò fosse vero anche per i miei amici.  Inoltre, non avevamo niente da temere perché non eravamo agenti sotto copertura né membri delle forze armate. Eravamo semplicemente degli scrittori.

Appena sono arrivato a Maekelawi, [gli altri] detenuti mi hanno informato che ero stato destinato a una delle sezioni più terribili del centro di detenzione, chiamato “Siberia”. In meno di una settimana, mi sembrava di essere un protagonista del racconto del 2013 di Human Rights Wath intitolato “They Want a Confession”.

“They Want a Confession” documenta una serie di abusi dei diritti umani, prassi di interrogatori illegali, condizioni di detenzione inaccettabili nel centro di detenzione di Maekelawi di Addis Abeba: informazioni ottenute grazie a interviste con alcuni ex detenuti di Maekelawi e dai loro famigliari. Tra i detenuti figurano numerosi politici dell'opposizione, giornalisti, organizzatori di proteste e presunti sostenitori di rivolte etniche.

Befeqadu ha descritto le tecniche usate per gli interrogatori a Maekelawi come un “incentrate sul dominio e sulla sottomissione più che sulla fiducia e creatività”.

“Se non riescono a ottenere informazioni da te in questo modo, cercano di ottenere una confessione forzata prendendoti a pugni, picchiandoti, sottoponendo a esercizi fisici estenuanti e frustandoti”, ha scritto. “Ho parlato con alcuni detenuti che sono stati vittime di prassi ancora più crudeli che violavano chiaramente la loro privacy. Ad alcuni detenuti è stato chiesto di spogliarsi e di stare in piedi o inginocchiati fino all'alba”.

Continua descrivendo come lui e i suoi colleghi siano stati obbligati a confessare:

In our case, finally we were made to plead guilty. We confessed under duress. We could not bear the ceaseless brutal and psychologically degrading pressure. We could not carry on surviving the hell of Maeklawi. We ended up telling our interrogators what they wanted to hear. To their delight, we added as many self-incriminating phrases as possible. But phrases like “yes, we wanted to incite violence” never pleased them. So they rewrote our confessions to fit their frame. Some of us tried to explain. Others had to endure beatings. But at last we succumbed to the pressure and signed the carefully scripted confession pages, with the exception of our colleague Abel, who refused to sign at that time. He has survived the pain he has endured since, and his confession, when finally extracted, is completely untrue, to say nothing of ours.

Now we know that torture is the part of the Maekelawi ceremony that reveals the “truth” of a crime. I had long thought police interrogations were complex, involving sophisticated skills, knowledge and psychological tactics to establish facts. I now know that police interrogations in Maekelawi are not so elaborate. In fact they are simple. They are like machines that produce guilt in the detainees.

At Maekelawi, the driving principle of police interrogations is that you are guilty unless proven otherwise. Your pleas for innocence – or even for explanation – fall on deaf ears.

Nel nostro caso, alla fine siamo stati costretti a riconoscere la nostra colpevolezza. Siamo stati costretti a confessare. Non riuscivamo più a supportare l'incessante brutalità delle pressioni fisiche e psicologiche. Non riuscivamo più a sopravvivere nell'inferno di Maekelawi. Abbiamo finito per raccontare a chi ci interrogava quello che volevano sentire. Con loro somma gioia, abbiamo aggiunto il maggior numero di affermazioni di colpevolezza. Ma frasi come “sì, ci hanno incitato alla violenza” per loro non erano mai abbastanza. Quindi, hanno riscritto le nostre confessioni perché coincidessero con le loro accuse. Alcuni di noi hanno provato a dare delle spiegazioni. Altri hanno sopportato i pestaggi. Alla fine ci siamo tutti dovuti arrendere alle pressioni e abbiamo finito per firmare le confessioni redatte con cura dai nostri aguzzini, con la sola eccezione del nostro collega Abel che si è rifiutato di firmare la sua confessione. È sopravvissuto al dolore che ha dovuto sopportare e la sua confessione, quando sono finalmente riusciti a ottenerla, era completamente falsa come del resto lo erano le nostre.

Adesso sappiamo che la tortura fa parte del cerimoniale di Maekelawi finalizzato a ottenere la confessione della “verità” di un reato. Da tempo pensavo che gli interrogatori della polizia fossero complessi, comportassero l'uso di tecniche sofisticate, e che usassero conoscenze e tattiche psicologiche per stabilire i fatti. Oggi so che gli interrogatori della polizia di Maekelawi non sono così elaborati, ma anzi abbastanza semplici. I poliziotti sono semplicemente macchine il cui compito è quello di estorce una presunta confessione ai detenuti.

A Maekelawi, il principio che ispira gli interrogatori della polizia è che un prigioniero è colpevole a meno che non si dimostri il contrario. Le dichiarazioni di innocenza o le semplici richieste di spiegazioni non le ascolta nessuno.

Befeqadu ha trascorso 18 mesi di detenzione in varie prigioni etiopi insieme ai suoi colleghi, fino alla sua liberazione avvenuta nell'ottobre del 2015. Lui e i suoi colleghi sono stati rilasciati pur non avendo prestato alcuna testimonianza in tribunale.

I membri di Zone9 che celebrano il rilascio di Befeqadu Hailu (il secondo da sinistra con una sciarpa) nell'ottobre del 2015. Foto condivisa su Twitter da Zelalem Kiberet.

Befeqadu ha descritto anche i racconti che ha sentito da altri prigionieri che erano stati portati a Maekelawi dopo aver sofferto calvari ben più gravi in altri centri di detenzione del Paese. “Questi prigionieri sono stati sottoposti a torture barbariche, come l'estrazione forzata delle unghie delle mani, frustate e l'obbligo di indossare un cappuccio”, ha scritto.

The information extracted from detainees in the unnamed detention center is then verified through more interrogation at the pre-trial detention center. Detainees never know where they were taken for this brutal investigation because they are hooded throughout. The unnamed detention centers are like black holes.

Le informazioni ottenute nell'innominato centro di detenzione venivano poi verificate tramite ulteriori interrogatori nel centro in cui venivano tenuti i prigionieri prima del processo.

Riferendosi alle violazioni dei diritti umani durante il regime di Derg, da cui il governo etiope sta cercando di prendere le distanze, Befeqadu ha equiparato queste condizioni a quelle del passato.

“L'angoscia dei prigionieri etiopi, che sembrava essere un lontano ricordo del passato, non è poi così lontana”, ha affermato.

Commentando le notizie di questa settimana, Befeqadu ha scritto su Twitter:

Il Primo Ministro Hailermariam ha affermato che “Maekelawi era un centro di tortura del regime di Derg”. È sconcertante. Io sono una vittima vivente di quel luogo di tortura durante il suo governo. Allora, avrei voluto suicidarmi piuttosto che affrontare gli interrogatori il giorno dopo. Queste affermazioni rendono difficile dimenticare tutto.

Befeqadu e due dei suoi colleghi, Atnaf e Natnael, non sono liberi nel vero senso della parola. Benché le accuse di terrorismo nei loro confronti siano state annullate, sono ancora in attesa di giudizio per altre accuse connesse ai loro interventi critici ma pacifici sull'attuale governo.

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