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Perché i rifugiati presenti in Libano temono di ritornare nella Siria controllata da Assad?

Screenshot dal video di Megaphone News che parla dei rifugiati siriani in Libano. Video in arabo con sottotitoli in inglese. Immagine: screenshot dal video di Megaphone News.

Questo post è basato su un video reportage di Megaphone News. Il testo è stato adattato da Joey Ayoub, MENA Editor della redazione di Global Voices, come parte di un accordo per la condivisione dei contenuti.

Il governo libanese sta spingendo i rifugiati siriani a far ritorno al proprio paese ancora devastato dalla guerra, nonostante ci siano dei rapporti che raccontano di come molti, una volta ritornati, siano poi stati costretti ad andare sotto le armi e altri siano stati addirittura torturati [en,come i link a seguire, salvo diversa indicazione] e uccisi.

Ci sono circa un milione di rifugiati siriani registrati in Libano, il tasso pro-capite più alto di tutti i paesi.

Uno dei principali sostenitori per il ritorno dei siriani è Gebran Bassil, Ministro degli Esteri e capo del Movimento Patriottico Libero (FPM). Il 13 Luglio l'FPM ha creato una commissione centrale per il ritorno dei siriani (anche se non è ancora molto chiaro come dovrà operare).

Durante la creazione di questa commissione, Bassil ha accusato i rifugiati di essere una “minaccia per l’identità e per l’economia del Libano”. A Maggio, Bassil aveva dichiarato il suo supporto alla naturalizzazione di centinaia di siriani, ma la maggioranza era composta da uomini d'affari, creando così ulteriore impressioni su come la cittadinanza libanese sia offerta in maniera selettiva.

Intanto, il partito libanese di Hezbollah, alleato chiave sia del regime di Assad che del FPM, ha aperto nove uffici nel sud del Libano e a Beirut “per aiutare i siriani a ritornare in patria”. Le operazioni di Hezbollah consistono nel fare compilare ai rifugiati delle richieste che vengono poi spedite direttamente al regime siriano per l'approvazione.

Bassil ha anche accusato l’UNHCR, l’agenzia ONU dei rifugiati, di “impaurire i rifugiati” riguardo il loro ritorno in Siria e l’8 giugno ha congelato le richieste dell'agenzia riguardo a nuove candidatura per richiedenti asilo.

L'Articolo 33 della Convenzione e del Protocollo riguardo lo status dei rifugiati vieta i paesi dal mandare i rifugiati alla propria patria, nel caso in cui la loro libertà e vita siano a rischio.

Intanto, nella sud della Siria, tra i 270.000 e i 330.300 siriani sono stati sfrattati con la forza dalla città di Daraa, in mano ai ribelli a causa di continui e intensi bombardamenti. Dalla metà di giugno, stanno cercando di raggiungere l’area occupata da Israele delle montagne del Golan siriano oppure il confine con la Giordania. Al momento della stesura di questo articolo, i governi di Giordania [it] e Israele stanno ostacolando i rifugiati nel trovare rifugio e sicurezza.

Quest’ultima offensiva è molto simile a quanto già successo nelle aree precedentemente in mano ai ribelli come Ghouta Est, Aleppo, Daraya e Homs, anch’esse colpite da bombardamenti intensi seguiti da rimozioni forzate dei residenti.

Ma la pericolosa situazione in termini di sicurezza in Siria non ha fermato importanti settori della società libanese, inclusi politici e media mainstream dall’ utilizzare i siriani come capro espiatorio. Queste tattiche sono paragonabili a quanto accadeva in passato sempre in Libano, ma con i rifugiati palestinesi.

Le proprietà dei rifugiati in Siria possono essere confiscate

Ad approfondire le paure dei rifugiati è la nuova legge siriana sulla proprietà, che permette al governo di confiscare e recuperare senza alcun processo le proprietà dei residenti.

La “Legge No. 10“, approvata ad aprile 2018, “permette la creazione di aree di riqualifica in Siria che verranno poi designate alla ricostruzione.”

Come spiega HRW:

The law does not set out any criteria for which areas can be designated as redevelopment zones or a timeline. Instead, redevelopment zones are to be designated by decree. Within one week after a decree is issued, local authorities are to request a list of property owners from the area’s public real estate authorities. Public real estate authorities must provide the lists within 45 days.

La legge non definisce nessun criterio o tempistica per il quale certe aree possano essere designate come zone di riqualificazione. Invece le zone di riqualificazione devono essere designate con un decreto. Entro una settimana in cui il decreto viene emesso, le autorità locali devono richiedere la lista dei proprietari di quell’area alle autorità dei beni immobili che devono poi fornire le liste entro 45 giorni.

Le persone i cui nomi non compaiono nella lista hanno tempo 30 giorni per dimostrare l’effettiva proprietà in quella zona. Se non ce la fanno, la proprietà andrà a far parte di quelle in mano alle autorità. Quelli che invece riescono a dimostrare di essere proprietari, riceveranno una parte nel nuovo progetto di riqualificazione.

Considerando che la situazione in termini di sicurezza è ancora pericolosa e che molti non torneranno per paura di rappresaglie, le persone in esilio hanno poche possibilità di dimostrare di essere proprietari. Infatti i gruppi di attivisti per i diritti umani considerano la legge come un altro tentativo del regime per scoraggiare il ritorno dei rifugiati.

Lo stesso Bassil è rimasto sconcertato e infatti ha inviato una richiesta al regime di Assad di rivedere la legge, dato che questo contrasta molto i suoi piani di rimpatrio dei rifugiati siriani che attualmente risiedono in Libano.

Soprattutto se consideriamo che più del 70% dei rifugiati siriani in Libano proviene dalle aree devastate di Aleppo, Homs, Idlib e dalla Damasco rurale, tutte aree che fanno parte del progetto di riqualificazione.

I palestinesi hanno paragonato la Legge N. 10 a quelle dello stato israeliano del 1948, che hanno impedito il ritorno a casa di molti palestinesi.

Suona familiare.

Marota City

È bene notare che la Legge N. 10 ha già dei precedenti in Siria, in particolare nel Decreto 66 del 2012, che stabilì, tra le altre cose, la creazione di Marota City in due aree di Damasco.

Screenshot della pubblicità ufficiale di Marota city. Fonte.

Gli investimenti per Marota City, ufficialmente provengono dalla Banca Commerciale statale della Siria, ma secondo Aron Lund di IRIN News sono collegati a miliardari legati al regime come Rami Makhlouf, cugino di Assad che “proviene dalla stessa famiglia del ministro dell’ amministrazione locale ed è noto per il suo supporto alle milizie fedeli al regime”, e ad un investitore siriano residente in Kuwait di nome Mazen Tarazi. Futuri proprietari terrieri includono Samer Foz, uomo d'affari siriano-turco-libanese.

Assad in persona visitò Marota City nel marzo del 2016 per inaugurare il progetto. La SANA, l'agenzia stampa siriana, afferma che l'area “include 12.000 unità abitative che possono ospitare circa 60.000 persone” e che il progetto “fornisce 110.000 opportunità lavorative e 27.000 posti di lavoro fissi”.

Ma mentre i media del regime sostengono che il progetto sia fattibile, Aron Lund di IRIN News ha notato che la realtà è molto diversa:

Syrian authorities present the Decree 66 redevelopment projects as an unmitigated success story, but even pro-government media has noted the absence of alternative housing for people evicted from Basatin al-Razi [where Marota City is being built]. Former residents were recently told they may get new apartments in the coming three years.

Le autorità siriane presentano il progetto di riqualificazione del Decreto 66 come una storia di successo senza precedenti, ma perfino i media pro-regime hanno notato l’assenza di case alternative per le persone sfrattate dall’area di Basatin al Razi (ovvero dove verrà costruito il progetto). Ai residenti è stato detto che forse avranno dei nuovi appartamenti nei prossimi tre anni.

Quindi, sei anni dopo, con la legge No.10, molti siriani sfrattati dalla guerra hanno aggiunto la voce “riqualificazione” alla lista delle ragioni per cui è impossibile tornare in patria.

Per citare le parole di un rifugiato intervistato da Maha Yahya per la BBC:

Hassan, an unregistered young refugee living in Beirut, put it: “Today, everyone who leaves Syria is considered a traitor.”

Like many others, he fears being accused of deserting his country and the possibility of reprisals.

Hassan, un giovane rifugiato non registrato e residente a Beirut ha affermato: “oggi, chiunque lasci la Siria è considerato un traditore.”

Come molti altri, ha paura di essere accusato di aver abbandonato il paese e di essere vittima di rappresaglie.

Aggiungendo:

Young men in particular are concerned that they will be targeted by forced conscription into the army.

Several recounted stories of young men who had returned to Syria only to get drafted and die at the front.

Soprattutto giovani uomini temono di essere obbligati ad arruolarsi nell’esercito.

Sono molte le storie di coloro che una volta in Siria sono stati messi sotto le armi per morire poi al confine.

Il costo per evitare l’arruolamento ammonta a circa 8.000 dollari, una cifra non abbordabile per la maggior parte dei siriani.

Se i rifugiati in Libano vengono forzati a seguire simili vie, racconti dell’orrore possono andare avanti per molto tempo nel futuro. Come ha scritto Saskia Bass nel marzo 2018:

New research among returnees shows that most were pushed home by the harsh living conditions in neighboring countries, and did not find safety or dignity upon return.

Nuove ricerche effettuate tra coloro che sono tornati mostrano come molti siano stati spinti verso casa a causa delle pesanti condizioni di vita nei paesi vicini, e come al loro ritorno non abbiano trovato né sicurezza nè dignità.

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