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Sviluppo sostenibile: quali sono i progressi 31 anni dopo la pubblicazione del Rapporto Brundtland?

Un orso polare vicino al Polo Nord. Foto di C. Michel su flickr CC-BY-2.0

Questo articolo è una ri-pubblicazione dell'articolo originale del Professore J. Prescott [fr, come i link seguenti, salvo diversa indicazione] pubblicato qui. 

Nel 1987, la Commissione delle Nazioni Unite per l'Ambiente e lo Sviluppo ha pubblicato «Il futuro di noi tutti». Redatto sotto la presidenza di Gro Harlem Brundtland, l'allora primo ministro della Norvegia, questo rapporto presenta i risultati di un'ampia consultazione planetaria, mirata a proporre un programma globale di cambiamento in vista di uno sviluppo sostenibile. Trenta anni dopo, cosa rimane del Rapporto Brundtland? E quali progressi osserviamo nella prospettiva che ci ha suggerito?

Una dichiarazione e delle raccomandazioni molto chiare

Il Rapporto della Commissione Brundtland identifica chiaramente i problemi ambientali più stridenti degli anni '80: la crescita demografica incontrollata, il disboscamento e il pascolo eccessivi, la distruzione delle foreste tropicali, l'estinzione delle specie viventi, l'aumento dell'effetto serra che provoca i cambiamenti climatici, le piogge acide, l'erosione dello strato di ozono stratosferico, ecc. Insiste anche sugli aspetti socio-economici e, in particolare, sugli effetti perversi di una crescita economica sfrenata e dell'eccessivo consumo di risorse da parte dei Paesi più ricchi.

La Commissione propone una definizione dello sviluppo sostenibile che farà scuola: «Uno sviluppo che risponda alle esigenze del presente, senza compromettere la capacità delle generazioni future di rispondere ai loro bisogni.»

In vista di uno sviluppo sostenibile, la Commissione identifica una serie di obiettivi strategici che includono in particolare la modifica della qualità della crescita economica, la padronanza della demografia, la soddisfazione dei bisogni umani essenziali, la salvaguardia e la valorizzazione della base delle risorse, la considerazione dell'ambiente nella realizzazione di tecnologie innovative e l’integrazione delle preoccupazioni ecologiche ed economiche nei processi decisionali.

[La Commissione] propone inoltre delle soluzioni applicabili su scala mondiale. Ad esempio, la diminuzione del consumo energetico nei paesi industrializzati e il sostegno dello sviluppo delle energie rinnovabili, la promozione del rimboschimento massiccio nelle nazioni colpite dalla desertificazione, la realizzazione di riforme fiscali e fondiarie per ridurre le pressioni sugli ecosistemi, l'adozione di una convenzione internazionale per la protezione delle specie. Benché questi provvedimenti mirino sostanzialmente alla salvaguardia dell'ambiente, il Rapporto Brundtland insiste sull’importanza di combattere la povertà e l'ingiustizia, che sono a loro volta cause ed effetti dei problemi ambientali.

Per realizzare e finanziare questa svolta ecologica, la Commissione Brundtland propone una riforma delle istituzioni internazionali, in particolare la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale, che dovrebbero valutare meglio gli obiettivi sociali e ambientali e alleggerire i debiti delle nazioni più povere. La Commissione chiede anche un diverso orientamento delle spese militari a beneficio della lotta contro la povertà e le diseguaglianze, ed interpella le grandi aziende affinché si impegnino nella prospettiva di una produzione e un consumo più responsabili.

Il Rapporto Brundtland dimostra di fatto che l'economia e l’ecologia mondiale sono ormai profondamente connesse. Al di là dell'interdipendenza economica delle nazioni, d'ora in poi dobbiamo scendere a patti con la loro interdipendenza ecologica. Poiché la crisi dello sviluppo è mondiale, anche le soluzioni devono esserlo.

Ripercussioni internazionali impressionanti

Le raccomandazioni del Rapporto Brundtland hanno catalizzato il processo dello sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite e incoraggiato l'impegno dei governi, delle imprese e della società civile in tutto il mondo. Nel 1992, all'epoca del Summit della Terra di Rio, i partecipanti hanno definito i principi fondamentali e stabilito il programma d'azione, denominato Azione 21, su cui si fondano oggi numerose iniziative in favore dello sviluppo sostenibile. Conformemente alle raccomandazioni del Rapporto Brundtland, questo summit ha visto anche l’adozione di una dichiarazione sulla gestione sostenibile delle foreste e di tre importanti convenzioni sulla diversità biologica, la lotta ai cambiamenti climatici e la lotta contro la desertificazione (3).

Il Summit del Millennio, che si è svolto nel settembre 2000 presso la sede dell'ONU a New York, si è concluso con l’adozione della Dichiarazione del Millennio, in cui sono enunciati gli otto obiettivi del Millennio per lo Sviluppo (OMD) (4); questi obiettivi si ispirano al Rapporto Brundtland con scadenza nell’anno 2015.

Per conseguirli, l’ONU ha collaborato con i governi, la società civile e le diverse forze sociali per sfruttare la dinamica instaurata dagli obiettivi OMD ed elaborare un programma ambizioso per il dopo 2015: «Trasformare il nostro mondo: il Programma di sviluppo sostenibile all'orizzonte». Si articola intorno a 17 Obiettivi Mondiali per lo Sviluppo Sostenibile (ODD).

Gli obiettivi OMD e ODD, come dal programma Azione 21, costituiscono delle strategie di sviluppo a cui devono sottomettersi gli Stati membri, con il rischio di essere ostracizzati sulla scena internazionale. L’adozione degli obiettivi ODD ha scatenato una miriade di iniziative volte a incoraggiare gli Stati a mettersi all'opera: principi e quadri di intervento, indicatori di controllo, valutazione della situazione, ecc.

Malgrado il concetto di sviluppo sostenibile si presenti come una soluzione piena di promesse, l’imposizione dello schema direttivo di sviluppo sostenibile si scontra con diverse visioni di sviluppo, e può essere considerato come una ingerenza nel governo degli Stati e più in particolare dei paesi emergenti, che devono d'ora in avanti seguire questo schema direttivo per avere accesso al finanziamento internazionale.

Il Rapporto Brundtland e i grandi summit dell'ONU hanno guidato anche l’azione dei governi, della società civile e delle imprese. Nel corso degli anni, abbiamo visto svilupparsi l’agricoltura biologica, la certificazione ambientale, la responsabilità sociale delle imprese, la produzione di energia rinnovabile, l’investimento responsabile, l’economia verde, l’analisi del ciclo di vita, l’ecologizzazione dei processi di produzione e il marketing verde, troppo spesso sviato in eco-verniciatura [en] («greenwashing», cioè verniciare di verde), che offre alle imprese poco scrupolose l’opportunità di levigare indebitamente la loro immagine di buon cittadino corporativo.

Quali «progressi» dopo Brundtland?

Lo sviluppo sostenibile auspicato dalla Commissione Brundtland nel 1987 invita a un cambio di paradigma. Se si è prodotto dopo un cambio di paradigma nel mondo, questo non è certamente quanto descritto in «Il futuro di noi tutti».

Grandi progressi sono certamente stati realizzati dopo la pubblicazione del Rapporto Brundtland. Abbiamo ridotto considerevolmente il numero di persone che vivono in estrema povertà, più persone hanno accesso all'acqua potabile, meno bambini muoiono nella prima infanzia e meno madri muoiono dopo il parto.

Malgrado il fatto che alcune nazioni conoscano dei livelli di prosperità senza precedenti, questa prosperità è solo apparente. Il saccheggio delle risorse naturali e la degradazione dell'ambiente proseguono a un ritmo sfrenato, i cambiamenti climatici minacciano più che mai le popolazioni e gli ecosistemi più vulnerabili e la capacità di sostentamento del pianeta è sul punto di essere oltrepassata. Lo scarto fra ricchi e poveri si allarga costantemente, l’insicurezza alimentare e l'indebitamento progrediscono, la democrazia è traballante e il pensiero unico invade i mezzi di informazione. E statistiche inquietanti illustrano il degrado delle condizioni di vita: in 40 anni il numero di spermatozoi prodotti dagli uomini si è ridotto di quasi il 60% nelle nazioni ricche, il numero di bambini e adolescenti obesi è aumentato di 10 e le popolazioni di vertebrati selvatici è diminuita del 58%.

Il progresso dettato dalla crescita economica si appoggia, in realtà, sull'impoverimento delle classi medie, l’indebitamento delle nazioni e degli individui, l’egemonia e il controllo economico delle banche, il sovraconsumo e lo sperpero delle risorse della natura e la crescita delle diseguaglianza fra gli esseri umani. Senza dimenticare la delocalizzazione degli impieghi industriali (33) e lo sfruttamento sociale dei lavoratori del sud. Notiamo che, nel 2017, l’indebitamento pubblico e privato delle 44 nazioni più ricche equivale al 235% del PIL, contro il 190% nel 2007.

Nel capitolo della governance, la corruzione degli eletti e dei detentori del potere continua a progredire. La maggioranza dei principali mezzi di informazione è sotto il controllo di grandi gruppi industriali e delle banche. I budget militari sono in costante progressione (un incremento del 43,6% dal 2000 negli USA, raggiungendo 611 miliardi di dollari nel 2016).

Malgrado un impegno fermo dei governi verso lo sviluppo sostenibile, le azioni significative in questa prospettiva tardano a imporsi. Vorrei aggiungere che i dirigenti politici mi sembrano più inclini a rispondere alle esigenze dei lobbisti oligarchi, piuttosto che alle aspettative legittime dei loro elettori.

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