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Come orientarsi attraverso le complicate narrative del conflitto venezuelano?

Immagine dell'illustratore venezuelano Eduardo Sanabria. Usata con permesso.

Quando Juan Guaidó, il presidente dell'Assemblea nazionale, controllata dall'opposizione, ha invocato l'articolo 233 della Costituzione venezuelana per acquisire temporaneamente i poteri esecutivi [es] è iniziato un nuovo capitolo del conflitto politico [en, come tutti i link successivi, salvo diversa indicazione] in Venezuela.

Per i sostenitori di Nicolás Maduro, Guaidó sta tentando un colpo di stato con l’aiuto degli Stati Uniti d’America. Per i suoi oppositori, Guaidó sta semplicemente seguendo la Costituzione della Repubblica Bolivariana del Venezuela del 1999, redatta poco dopo la prima vittoria elettorale di Hugo Chávez.

Un'amara disputa tra le due posizioni si sta dispiegando nei social media, ed emergono quindi domande di difficile soluzione: la strategia di Guiadó è legittima? Quanto differisce dai precedenti tentativi, al di fuori del Paese, di un leader dell’opposizione, di impadronirsi in via antidemocratica del potere in uno Stato dell’America Latina? Faciliterà una transazione pacifica del Governo in Venezuela? Metterà fine agli abusi dei diritti umani, al fallimento della democrazia, alla catastrofe economica [it]?

E, forse ancora più importante: quale ruolo giocheranno i venezuelani in questa transizione?

Per iniziare a rispondere a queste domande, si dovrebbe probabilmente iniziare dalle ampiamente condannate elezioni presidenziali del 2018, i cui risultati hanno consegnato a Maduro il suo secondo mandato di sei anni.

La votazione era stata inizialmente programmata per dicembre 2018, ma improvvisamente ci si è affrettati a svolgerla con sei mesi d’anticipo, probabilmente perché Maduro voleva approfittare dell’entusiasmo conseguente il successo delle elezioni municipali del 2017 – anch’esse altamente controverse.

Il nuovo calendario è stata oggetto di obiezioni da parte di alcuni organismi internazionali, tra cui l’Organizzazione degli Stati americani [es] (OAS), il Parlamento europeo [it] e il gruppo di Lima, che hanno adottato risoluzioni che la rimproverano.

Alla vigilia delle elezioni di maggio, la Commissione interamericana dei diritti umani, un organismo affiliato all'OAS, ha pubblicato un documento [es] in cui “esprime profonda preoccupazione per la mancanza delle condizioni minime necessarie per tenere elezioni libere, giuste e attendibili in Venezuela”.

Il documento evidenzia la squalifica dei partiti dell'opposizione da parte del CNE (Consiglio Elettorale Venezuelano) sulla base di ragioni, afferma, “che non sono stabilite dalla legge”. La giustificazione del governo era infatti che l'opposizione aveva boicottato le precedenti elezioni municipali.

Il documento sottolinea inoltre come il termine di scadenza anticipato abbia ostacolato la partecipazione dei nuovi elettori e dei venezuelani che vivono all'estero.

Cosa dice l'articolo 223

L’articolo 223 afferma [es] cosa deve essere fatto se il Presidente muore, si dimette, viene destituito con decisione della Corte Suprema, è ritenuto incapace da un organismo medico designato dal Tribunale Supremo di Giustizia e approvato dall'Assemblea Nazionale o abbandona la carica. Quest'ultima disposizione è ciò che, in teoria, sostiene la rivendicazione di Guaidó alla presidenza: che il posto è stato lasciato “vacante” dopo le elezioni illegittime del 2018, e quindi Maduro, a partire dal 10 gennaio, giorno del suo insediamento, lo stesse usurpando. In questo caso, il presidente dell'Assemblea Nazionale deve assumere temporaneamente l'incarico e convocare nuove elezioni.

Il ricercatore George Cicarello-Maher afferma che la mossa di Guaidó è un tentativo illegale di prendere il potere:

So call it what you want: attempted regime change, a putsch, a “soft” coup—the military hasn’t supported it—just don’t call it constitutional. The opposition strategy is based on Article 233 of the Constitution, which grants the National Assembly the power to declare a president’s “abandonment” of the office. Of course, the kicker is that Maduro hasn’t done anything of the sort, and only the Supreme Court can disqualify sitting presidents.

Chiamatelo come volete: un tentativo di cambiamento di regime, un colpo di stato, un golpe “soft” – non sostenuto dall'esercito – semplicemente non chiamatelo costituzionale. La strategia dell'opposizione si basa sull'articolo 223 della Costituzione, che garantisce all'Assemblea nazionale il potere di dichiarare l'”abbandono” del mandato di un presidente. Naturalmente, l'inghippo sta nel fatto che Maduro non ha fatto nulla del genere, e soltanto la Corte Suprema può deporre i Presidenti in carica.

Al contrario, la studiosa venezuelana Paula Vázquez afferma che chiamare la mossa di Guaidó un colpo di Stato è “da irresponsabili”. In un'intervista con l'outlet francese Obs [fr], Vázquez ha dichiarato che tale uso del termine significava “manipolare [l’opinione pubblica…]”. Lei continua e chiede come può la mossa di Guaidó essere considerata un colpo di Stato “quando non c'è uso della forza? Senza l'esercito?”

Molti sostenitori di Guaidó hanno contestato i media che descrivono la mossa di Guaidó come “auto proclamazione“. Scrivendo per il sito web locale Prodavinci [es], l'avvocato costituzionalista José Ignacio Hernández ha detto: “quando ha prestato giuramento il 23 gennaio, ha accettato di rispettare il dovere impostogli dall'articolo 233 nella Costituzione: prendere in carico la presidenza della Repubblica, dato che non c'è un presidente eletto in Venezuela”.

“Non è un conflitto tra sinistra e destra”

Quando i capi di stato di Stati Uniti, dei paesi dell'Unione europea e dell'America latina hanno riconosciuto Guaidó come leader legittimo del Venezuela, molte persone hanno temuto che la loro decisione avesse le sembianze di un’ingerenza straniera. Sotto questo aspetto, il Venezuela stava per essere il protagonista in un ulteriore capitolo della lunga storia di colpi di stato sostenuti dagli Stati Uniti nel continente sudamericano. Tuttavia, altri vedono il sostegno regionale a Guaidó come una risposta compassionevole e internazionalista a un regime che per molti versi ha danneggiato la sua gente.

In una lettera aperta pubblicata sui media in America Latina e in Europa [es], 120 accademici latinoamericani ed europei hanno dichiarato che le azioni dell'Assemblea Nazionale, insieme agli interventi stranieri, avrebbero “aggravato la crisi e scatenato un conflitto armato”. Ciò renderebbe, dunque, il Venezuela “preda di interessi stranieri, come è successo in altre regioni del mondo in conseguenza di interventi imperialistici recenti”.

Ma per il ricercatore venezuelano in Francia, Pedro Sánchez [fr], con cui ho parlato al telefono, non è plausibile inquadrare il conflitto venezuelano alla luce delle esperienze del XX secolo di Cuba o del Cile [it]. Dice: “l'immaginario attorno al rapporto tra America Latina e Stati Uniti è così potente che dimentichiamo persino che in questo caso particolare ci sono altri paesi coinvolti”.

Per Sánchez, la posizione della Casa Bianca in Venezuela contrasta con la sua politica migratoria, rappresentata principalmente dal muro di frontiera proposto da Trump con il Messico, o dallo schieramento militare al confine meridionale degli USA per fermare la cosiddetta “carovana migranti” proveniente dall'America centrale. “In effetti, negli anni '60 e '70  le cose si facevano in un certo, ma oggi le cose non funzionano più così. Nella nostra ipotesi, c'è una grande distinzione nella [strategia venezuelana] di Trump e nel resto della sua politica estera”, ha detto.

Tuttavia, dice che stiamo anche “assistendo ad uno spettacolo da teatro d’ombre”, nel senso che il pubblico sa poco di ciò che accade dietro le quinte.

“Non siamo più negli anni '60 e '70. Perché sta succedendo oggi, e non prima? […] Perché ora, gli Stati Uniti possono intervenire soltanto dove e in quanto ci sia un'alleanza dei paesi limitrofi a sostenerli” , ha aggiunto.

La crisi venezuelana ha profondamente colpito la regione, con circa 3 milioni di venezuelani [es] che hanno lasciato il paese, influenzando, tra le altre cose, le condizioni di salute della regione.

L'analista politico venezuelano Margarita López Maya ha fatto eco alle opinioni di Sánchez in una dichiarazione che ha pubblicato sul suo profilo Facebook [es]:

...desde hace ya al menos dos años dejó de ser un conflicto polarizado entre derecha e izquierda, donde ambos polos son responsables de las penurias y masivas violaciones a todos nuestros derechos humanos. […] Desafortunadamente, estos intelectuales críticos no pueden apreciar este cambio de paradigmas, ni el esfuerzo hecho por los partidos políticos opositores, porque su diagnóstico está demasiado condicionado por una ideología de izquierda todavía anclada en el siglo XX, donde se privilegia el antiimperialismo a la defensa de los derechos humanos.

…da almeno due anni, ha smesso di essere un conflitto polarizzato tra destra e sinistra, dove entrambi i poli sono responsabili delle privazioni e delle violazioni di massa a tutti i nostri diritti umani. […] Sfortunatamente, questi critici e intellettuali non possono apprezzare questo cambio di paradigmi, né lo sforzo fatto dai partiti politici dell'opposizione, perché la loro analisi è troppo condizionata da un'ideologia di una sinistra ancora ancorata al XX secolo, dove si preferiva l'anti imperialismo alla difesa dei diritti umani.

Il sito collettivo venezuelano Caracas Chronicles ha lanciato la campagna #AskAVenezuelan (“chiedi a un venezuelano”), attraverso la quale incoraggiano i venezuelani a rispondere alle analisi fatte dai commentatori stranieri.

La campagna ha lo scopo di affrontare il fenomeno che gli utenti venezuelani chiamano “Venezuelansplaining” (traducibile in: “spiegare ai venezuelani”), definita qui di seguito dall’utente Twitter Thomas Schwarzer:

#VENEZUELASPLAINING è la nuova tendenza nei social media, dove le persone che non hanno mai vissuto in Venezuela, né sono venezuelani, cercano di spiegare ai venezuelani cosa secondo loro sta accadendo in Venezuela.

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