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Citando tweet e editoriali, la polizia di Hong Kong incrimina il magnate dei media Jimmy Lai per collusione con potenze straniere

Immagine da The Stand News. Usata dietro autorizzazione.

Questo articolo è una traduzione della storia originariamente pubblicata [zh] in cinese su The Stand News. Viene ripubblicata su Global Voices nell'ambito di un accordo di condivisione dei contenuti.

Il magnate dei media pro-democrazia di Hong Kong Jimmy Lai rischia l'ergastolo in caso di condanna per collusione con potenze straniere, che costituisce una violazione della legge per la sicurezza nazionale.

Il 72enne fondatore di Next Digital, che pubblica il giornale pro-democrazia, è stato arrestato ad agosto con accuse di frode [en, come i link seguenti] per una disputa commerciale con un proprietario.

La scorsa settimana la polizia per la sicurezza nazionale ha aggiunto una ulteriore accusa di “collusione con governi stranieri”, un crimine in base alla legge per la sicurezza nazionale di Hong Kong.

Lai è comparso il 12 dicembre davanti al tribunale, dove la sua richiesta di rilascio su cauzione è stata negata.

La documentazione che sosterrebbe l'accusa di collusione nei confronti di Lai include post su social media, interviste con testate straniere, incontri con politici stranieri e una presunta donazione a un gruppo di attivisti, “Stand with Hong Kong”.

Molte di queste azioni, tuttavia, sono state commesse prima del 1 luglio, data in cui la legge per la sicurezza nazionale è entrata in vigore. A giugno la governatrice (Capo esecutivo) di Hong Kong Carrie Lam aveva detto in un messaggio pre-registrato al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite che la legge non sarebbe stata applicata retroattivamente.

Gli attivisti pro-democrazia considerano le accuse contro Lai una forma di persecuzione contro la libertà di parola. L'attivista in esilio Nathan Law ha scritto:

Il magnate dei media e veterano della lotta per la democrazia Jimmy Lai era incatenato come un pericolosissimo criminale quando è stato scortato in criminale. È accusato di aver colluso con forze straniere per mettere a repentaglio la sicurezza nazionale, a causa dei suoi tweet e delle sue interviste. In sostanza un reato di parola, un'accusa inventata.

Accuse costruite su tweet e interviste

Nella documentazione raccolta dalla polizia a sostegno dell'accusa contro Lai viene attribuita grande importanza a 18 post che il magnate dei media ha scritto su Twitter, dove ha più di 126.000 follower.

Tra questi c'è un retweet di una dichiarazione fatta a luglio dal Segretario di Stato USA Mike Pompeo, in cui questi esprimeva sostegno ai candidati pro-democrazia che contestavano le elezioni per il consiglio distrettuale di Hong Kong. Nel suo retweet, Lai ringraziava Pompeo per il suo sostegno. Nello stesso thread, Lai scriveva che la comunità internazionale dovrebbe “opporsi alla repressione della libertà a Hong Kong da parte del Partito comunista cinese”.

I documenti della polizia puntano il dito anche contro un altro tweet di luglio, in cui Lai usa gli hashtag #SafeHabourAct e #PeoplesFreedomandChoiceAct, un riferimento a delle proposte di legge negli Stati Uniti che renderebbero più rapide le procedure di asilo per i cittadini di Hong Kong, scrivendo che queste leggi avrebbero un effetto positivo sul movimento pro-democrazia di Hong Kong.

Un altro tweet citato come prova che Lai avrebbe sollecitato interferenze straniere a Hong Kong risale ad agosto, in seguito all'arresto da parte della guardia costiera cinese di 12 hongkongesi che stavano cercando di fuggire in una barca a Taiwan; nel tweet Lai aveva scritto: “Gli Stati Uniti possono trovare un modo di salvare questi ragazzi?”

Il documento dell'accusa elenca anche degli editoriali di Lai pubblicati su Apple Daily News fra dicembre 2019 e giugno 2020, tra i cui titoli figurano ad esempio: “Dobbiamo continuare a sperare”, “Dittatura assoluta — da dove proviene la sicurezza di Xi Jinping?” e “Gli hongkongesi annaspano ed esitano tra fuga e resistenza”.

Alcuni estratti di questi editoriali sono stati evidenziati, ad esempio “a prescindere da quante persone sceglieranno di restare, noi terremo testa e resisteremo, saremo i pilastri della lotta e la coscienza della società” e “[Xi Jinping] dovrebbe sapere che non è una buona strategia portare la ‘strategia del lupo solitario’ e la legge per la sicurezza nazionale a Hong Kong. Non vuole problemi, ma la reazione della comunità internazionale alla legge per la sicurezza nazionale gliene porterà parecchi”.

Il documento indica anche che tra luglio e dicembre 2020, dopo l'entrata in vigore della legge per la sicurezza nazionale, Jimmy Lai è apparso nei talk show di Apple Daily live su Facebook con ospiti stranieri, tra cui l'ex caporedattore del South China Morning Post Mark Clifford, l'ex ambasciatore statunitense in Cina Raymond Burghardt, il politico israeliano Natan Sharansky e il giornalista statunitense Nicholas Kristof. Il documento sostiene che nei talk show Lai si sia espresso in maniera critica nei confronti del presidente cinese Xi Jinping e che abbia sollecitato sanzioni internazionali.

Nicholas Kristof ha scritto in un tweet di quanto sia “frustrante” vedere la loro conversazione usata contro Lai:

Tutto questo è frustrante: mentre la Cina strangola Hong Kong, una delle accuse della polizia che giustificherebbero la detenzione di Jimmy Lai è di essersi unito a me in una chat pubblica online. Io avevo chiesto a Jimmy se sarebbe finito nei guai e lui mi ha detto che aveva il dovere di parlare per Hong Kong. È un uomo coraggioso.

Il documento cita anche il lancio dell'edizione in inglese di Apple Daily News a giugno e la serie in streaming “Live Chat With Jimmy Lai” su Twitter come prove a sostegno dell'accusa.

Il documento menziona anche una serie di interviste rilasciate da Jimmy Lai a media stranieri, come Bloomberg, The New York Times, BBC Chinese e la rivista giapponese FACTA, tra maggio e giugno.

In particolare viene evidenziato un estratto dell'intervista a Radio Free Asia del 10 giugno, in cui Lai aveva detto: “Gli Stati Uniti dovrebbero imporre sanzioni sulla Cina e poi Hong Kong, Hong Kong alla fine beneficerebbe delle sanzioni […]. I Paesi stranieri dovrebbero esercitare quanta più pressione possibile sulla Cina, seguita da sanzioni come mezzo per bloccare questo atto dispotico”.

La giornalista indipendente Rachel Cheung ha evidenziato un altro estratto elencato dalla polizia del documento contenente le accuse:

Nel documento delle accuse contro Jimmy Lai per collusione con potenze straniere, la polizia ha elencato brani delle sue interviste ai media e alcuni suoi articoli d'opinioni, incluso questo editoriale sul New York Times in cui chiedeva:

“I miei tweet sono davvero una minaccia per la sicurezza nazionale della Cina?
Il Partito comunista ha sempre cercato di domare Hong Kong, ma questi ultimi tentativi sono un'altra storia”

Il giornalista William Yang ha detto:

Ora la polizia di Hong Kong sta facendo del caso della legge per la sicurezza nazionale e di Jimmy Lai un esempio di cosa può costituire un reato di parola ad Hong Kong sotto il nuovo regime della legge per la sicurezza nazionale: attività sul suo account di Twitter, chat live con analisti e l'apertura di un'edizione in inglese del suo giornale.

Donazioni

In aggiunta alle accuse legate alla libertà di parola, i documenti d'accusa trattano anche attività legate a incontri con politici stranieri.

I documenti dichiarano che Lai si è incontrato con il Segretario di Stato statunitense Mike Pompeo nel luglio e agosto 2019, poco dopo l'inizio a Hong Kong delle proteste contro l'estradizione in Cina; in questo incontro i due avrebbero discusso possibili sanzioni statunitensi a Hong Kong e contro i leader della Cina continentale.

Ad agosto Lai incontrò anche Samuel Chu, direttore esecutivo del Consiglio democratico di Hong Kong, un'organizzazione di base a Washington DC, e quattro senatori repubblicani nella capitale statunitense.

Il documento sostiene anche che il LAIS Hotel Properties Limited, un hotel in Canada di cui Jimmy Lai sarebbe azionista di maggioranza, avrebbe pagato l'equivalente di 189.600 dollari statunitensi per un annuncio a favore delle proteste, pubblicato ad agosto 2019, sul giornale giapponese Nihon Keizai Shinbun. La campagna era coordinata dal gruppo attivista online chiamato “Stand with Hong Kong, Fight for freedom” (Sostenete Hong Kong, lottate per la libertà) che sollecita l'attenzione della comunità internazionale sulla situazione politica a Hong Kong dall'inizio delle proteste nel giugno 2019.

Le azioni sopracitate sono avvenute precedentemente all'entrata in vigore della legge per la sicurezza nazionale.

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