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La Serbia rimane in silenzio davanti alla devastazione del patrimonio culturale da parte dei regimi populisti

Alcuni oggetti sono stati conservati. Questi bastoni, risalenti alla Staffetta della gioventù in Jugoslavia, sono esposti nel mausoleo di Josip Broz Tito, a Belgrado. Foto di Ellery Biddle, utilizzata dietro permesso.

Lo storico dell'arte serbo Živko Brković ha subito minacce, attacchi fisici e una rapina – il tutto a causa dei suoi sforzi per preservare i manufatti serbi del passato.

Da molti anni Brković sta chiedendo risposte al governo serbo in merito al presunto maltrattamento di opere d'arte di proprietà del governo stesso. Brković intende chiedere conto alla Serbia per le collezioni museali ‘privatizzate’ o ‘scomparse’ negli anni '90, durante il mandato del Presidente serbo Slobodan Milošević [it, come i link seguenti, salvo diversa indicazione].

Il quotidiano Danas ha pubblicato un'inchiesta [sr] in merito alle pressioni ricevute da Brković, come le telefonate a tarda notte che gli intimavano di “smetterla di menzionare [il Presidente serbo] Vučić” in seguito alla pubblicazione di una sua lettera aperta sul maltrattamento delle proprietà di stato, tra cui la conversione di musei in residenze private di funzionari statali.

In seguito alla denuncia di Brković alla polizia, l'unica risposta delle autorità è stato l'invito a cambiare numero di telefono [sr]:

Minacce allo storico dell'arte Živko Brković, autore del libro “Šumanović i naša fašizofrenija”, a causa dei testi pubblicati su “Danas”.

Brković è stato aggredito dopo la promozione del suo libro Šumanović i naša fašizofrenija (Šumanović e la nostra Fascistofrenia) alla Fiera del libro di Belgrado ad ottobre. La sua libreria personale, conservata a casa del fratello, e numerose copie non vendute del libro sono state distrutte da ignoti.

Per Brković, il suo “peccato” è stato quello di ricordare ai politici serbi il maltrattamento del patrimonio culturale del paese, di proprietà dello Stato e ereditato dalla Jugoslavia. Durante il governo di Milošević, un complesso museale nell'area di Dedinje [en] era stato convertito in una residenza per la sua famiglia. I tre musei del complesso contenevano un numero incalcolabile di artefatti storici serbi e internazionali, donati al Presidente jugoslavo Josip Broz Tito dai governi di altri paesi.

Il governo democratico, che per poco si era susseguito alla caduta di Milošević nell'ottobre del 2000, aveva curato una mostra fotografica che ritraeva 500 opere d'arte cosiddette “scomparse” dal precedente governo. Ad ogni modo, in seguito all'assassinio del Primo Ministro progressista Zoran Đinđić nel 2003, figure vicine a Milošević sono tornate in posizione di potere riprendendo la repressione del patrimonio culturale nazionale.

In una dichiarazione rilasciata al quotidiano Danas, Brković ha sottolineato come l'attuale Presidente Vučić avesse ricoperto il ruolo di Ministro dell'Informazione del governo Milošević, e come i suoi associati e alleati politici avessero ottenuto a loro volta posizioni di potere [sr]:

Ja sam pre svega stručnjak koji to radi i voli, i ne mogu da ćutim na krađe umetničkih stvari pred očima javnosti. Savest mi ne dozvoljava da ćutim. Ne postavljaju se kapitalna pitanja, koliko čega je bilo u Vili „Mir“ i koliko je i gde eksponata nestalo. Tu biblioteku, iz koje je rukopis Gorskog vijenca otišao na Cetinje, niko nikad ne pominje – kaže Brković i dodaje da bi odgovorne u aktuelnoj vlasti trebalo tužiti najpre domaćim a zatim i međunarodnim sudovima.

Sono prima di tutto un esperto che ama il proprio lavoro, e non posso rimanere in silenzio davanti al furto di opere d'arte che avviene da anni alla luce del giorno. La mia coscienza non mi permette di restare con le mani in mano. Ci sono questioni cruciali di cui non si sta parlando, come l'inventario degli artefatti conservati nella Villa “Mir” (Pace), precedentemente complesso museale, del quale non si conosce il numero degli artefatti e dove siano adesso. Nessuno fa menzione della sua biblioteca, che conteneva il manoscritto di Gorski vijenac poi spostato a Cetinje.

Brković ha aggiunto che i responsabili, che adesso sono al potere, “dovrebbero essere citati in giudizio davanti alle corti nazionali e internazionali.”

In un articolo intitolato“[Mr.] Vučić, ridacci il nostro museo” [sr], Brković scrive [sr]:

Sada se vi u toj vili sa svojim gostima šepurite, šetate, uživate odvojeni visokim zidom od eventualnog nekrofilnog zadaha obližnjeg mauzoleja. Nije vas briga gde je monumentalni antički mozaik s kompozicijom lova, gde je sfinga iz Egipta, bronzani šlem iz 7. veka pre nove ere – pokloni kraljeva i vladara Grčke, Egipta, Nepala, Rusije… Bivši muzej je otet, zazidan, a misterija nestalih eksponata nerazrešena. Podsećamo da je na Dedinju, gde je nekad bila strogo zabranjena gradnja privatnih objekata, to odjednom dozvoljeno privilegovanim biznismenima i političarima. Tu je među prvima sagrađena vila Arkana Ražnatovića koja u stilu, eklektici svakog od sedam-osam spratova kopira megalomanska fašistička zdanja Musolinijeve ere.

Adesso la villa è utilizzata per gonfiare il tuo ego, per fare sfoggio della tua ricchezza e far divertire i tuoi ospiti, sempre ben lontani dal possibile tanfo necrofilo del mausoleo poco distante. Non sembra interessarti in che parte del mondo si trovi ora l'antico mosaico monumentale con scene di caccia, la sfinge proveniente dall'Egitto, l'elmo in bronzo del VII secolo a.C. – doni ricevuti dalla Grecia, dall'Egitto, dal Nepal, dalla Russia… Quello che prima era un museo è stato sequestrato, assaltato, e il mistero delle opere scomparse è rimasto tale. Lascia che ti ricordi che la costruzione di edifici privati era vietata intorno all'area di Dedinje, e di come improvvisamente questo privilegio sia stato concesso a uomini d'affari e politici. Tra i primi ad aver raccolto i frutti di questa decisione del governo c'era [il criminale di guerra e figura legata alla criminalità organizzata] Arkan Ražnjatović, la cui villa storica da 7 o 8 piani ricalca per stile ed ecletticismo gli edifici megalomani del fascismo di Mussolini.

Populismo ‘da manuale’ con conseguenze a lungo termine

Il caso di Brković è solo un esempio di come la libertà di pensiero venga soffocata in Serbia, dove una democrazia fragile è stata spazzata via dal populismo. La Serbia figura tra i tanti paesi dell'Europa centrale e orientale governati dai partiti di destra affiliati con il Partito Popolare Europeo (PPE) e beneficia dell'influenza dell'alleato conservatore ungherese Fidesz – Unione Civica Ungherese.

Invece di avere cura del patrimonio culturale esistente, diversi governi stanno investendo fondi pubblici per creare una versione revisionista della storia, arrivando persino a falsificare nuove opere e artefatti.

Nella vicina Macedonia, la controparte di Vučić per il PPE Nikola Gruevski (2006-2017) ha speso milioni di dollari dei contribuenti macedoni per mantenere una politica di “antichizzazione” [en], mirata a provare la “discendenza” diretta in termini culturali, politici e genetici dall'impero di Alessandro Magno (336-323 a.C.).

Questa politica nazionalista di “rinascita nazionale” includeva progetti fumosi e segnati dalla corruzione, che portavano vantaggi e ritorni economici agli ufficiali del partito e agli oligarchi vicini a quest'ultimo. Della “rinascita nazionale” facevano parte milioni di dollari spesi per la costruzione di nuovi edifici e monumenti [en] attraverso il progetto Skopje 2014 [en], la produzione di dozzine di “documentari” a fini propagandistici [en] attraverso le emittenti radiotelevisive pubbliche e l'assunzione del controllo quasi totale della comunità accademica.

Con una mossa simile, Vučić ha tentato di rimescolare i sentimenti nazionalisti serbi attraverso la riscoperta della dinastia Nemanjić [en] (1166-1371). Lo scorso inverno, la televisione pubblica serba ha trasmesso una fiction/soap opera [en] ispirata alla dinastia. Le autorità serbe hanno annunciato il piano [en] di costruzione di un nuovo complesso monumentale dedicato all'imperatore Stefan Nemanja.

Come con la comunicazione del progetto Skopje 2014 [en] nel 2009, l'annuncio della costruzione del nuovo complesso a Belgrado è stato presentato con un modello del piano in 3D [sr]:

Stiamo acquistando – ma forse non dovrei dirlo – stiamo acquistando un monumento… un monumento a Stefan Nemanja.

Sui social media, alcuni utenti hanno avanzato i propri dubbi e puntato il dito contro le similitudini tra l'approccio attuale della Serbia e quello utilizzato in passato dalla Macedonia [sr]:

Avete visto il futuro monumento a Stefan Nemanja? Siete stati a Skopje? L'Ufficio speciale della procura macedone sta conducendo diverse inchieste su Gruevski – ma non basterà a fare ammenda per aver trasformato la città in un tripudio di cattivo gusto. La stessa cosa accadrà a Belgrado se non facciamo partire le dovute indagini prima della costruzione.

Le autorità serbe hanno pianificato altri lavori pubblici come fontane e ruote panoramiche (una parte del progetto Skopje 2014 [en], la cui costruzione è al momento in pausa [en], costata circa 20 milioni di euro [en]).

A Belgrado progettano fontane, ruote panoramiche, gondole, palestre all'aria aperta, complessi di intrattenimento. Come nell'Antica Roma, si limitano a dare ai plebei della città panem et circenses.

Nel 2017, dopo una grave crisi politica, la Macedonia è riuscita a sostituire il precedente governo populista appoggiato da Mosca, ma soffre ancora le conseguenze divisive [en] della linea di governo attuata negli scorsi anni. Nel frattempo, in Serbia, Vučić tenta di giostrarsi tra la sua tradizionale affiliazione con il Cremlino e la prospettiva dell'entrata nell'Unione Europea, vista con favore dall'elettorato più giovane e dalla popolazione residente nelle città.

La recente vittoria di Vučić nelle elezioni amministrative di Belgrado [en] ha consolidato il suo potere. Come risultato, una nuova ondata di pessimismo e apatia si è fatta largo tra i pochi rappresentanti rimasti della stampa libera e della società civile in Serbia.

Il caso dello storico dell'arte Živko Brković mostra come alcune questioni di interesse pubblico, in particolare quelle relative alle responsabilità di un governo sempre più autoritario, siano diventate a tutti gli effetti un tabù.

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