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I migranti afgani continuano a morire nelle mani delle autorità iraniane

Degli artisti afgani dipingono George Floyd e la scritta “Non riusciamo a respirare” sulla bandiera dell’Iran, per dimostrare la brutalità della polizia iraniana nei confronti degli afgani. Foto di Omaid Sharifi, Twitter, utilizzata su autorizzazione.

Mentre il mondo continua a protestare per la morte di George Floyd [it] negli Stati Uniti, e a denunciare il razzismo e le discriminazioni, gli afgani portano avanti la loro lotta contro un problema simile: il maltrattamento dei loro migranti in Iran, che attraversano il paese nel tentativo di raggiungere l’Europa.

In un recente episodio, tra le tante atrocità subite dai migranti afgani, a maggio la polizia iraniana ha aperto il fuoco [en, come i link seguenti, salvo diversa indicazione] su un veicolo civile che trasportava tredici migranti nello Yazd, provincia dell’Iran centrale. In seguito alla sparatoria, tre persone sono morte bruciate vive nell'auto, e quattro risultavano gravemente ferite. Le riprese dell’auto in fiamme sono diventate virali sui social media, sollevando indignazione. Come ha scritto un afgano su Twitter:

È una disgrazia e una vergogna che anche nel XXI secolo la barbarie regni ancora sovrana nella REPUBBLICA ISLAMICA DELL'IRANripeto ISLAMICA!

Un migrante che era riuscito ad uscire dal veicolo in fiamme implorava “Portatemi dell’acqua, sto bruciando.” La storia straziante ha causato l’indignazione pubblica in Afghanistan e oltre.

L’agenzia di stampa Reuters ha riferito che:

Police fired on the vehicle, suspected of carrying drugs and undocumented migrants, after it crashed through a checkpoint, Ahmad Tarahomi, deputy Yazd governor, told state media. After its tyres were hit, the vehicle continued to drive away on its wheel rims, igniting sparks which started the fire, Tarahomi said.

La polizia ha sparato sul veicolo, sospettato di trasportare droghe e migranti senza documenti, dopo che aveva sfondato un checkpoint, ha riferito all'agenzia di stato Ahmad Tarahomi, governatore deputato di Yazd. Quando i pneumatici sono stati colpiti, il veicolo ha continuato ad andare sui cerchioni, provocando scintille che hanno avviato l'incendio, ha detto Tarahomi.

Il romanziere afgano di fama mondiale Khaled Hosseini, autore del conclamato libro “Il cacciatore di aquiloni“, ha detto in un post su Facebook:

I add my voice to the chorus of Afghans who have denounced the recent killing of Afghan refugees at the hands of Iranian police in Central Yazd province. It is shocking and unforgivable, and as an Afghan and refugee advocate, I am heartbroken. The image of that burning car and the screaming, half-burnt boy is searing.

Mi aggiungo al coro degli afgani che hanno denunciato il recente assassinio dei rifugiati nelle mani della polizia della provincia centrale dello Yazd. È scioccante e imperdonabile, e da afgano e difensore dei rifugiati, sono affranto. l'immagine di quel veicolo in fiamme e del ragazzo mezzo ustionato che urla è atroce.

Molti ufficiali Iraniani hanno usato la morte di George Floyd come uno strumento di propaganda contro gli Stati Uniti, ma si sono traditi nella gestione del maltrattamento sistematico dei rifugiati in Iran, come sottolinea il comico afgano Musa Zafar nel suo tweet:

Hey @JZarif.

George Floyd è stato visto bruciare nella sua auto.

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In seguito alle proteste in Afghanistan, l’ambasciatore afgano in Iran ha visitato [fa] l’ospedale dove è ricoverato il migrante fuggito dall’auto in fiamme. l’ambasciatore ha salutato l’uomo, che è ammanettato [fa] al letto d’ospedale.

È così disumano che le parole non bastano a descrivere:

la polizia iraniana ha bruciato un veicolo che trasportava rifugiati – vivi.

Colui che è sopravvissuto è stato ammanettato in ospedale in modo che non possa neanche asciugarsi le lacrime.

L'altro giorno @JZarif faceva la lezione sul razzismo agli Stati Uniti.

Prima dell’evento dell’auto in fiamme, più di 50 afgani sono stati arrestati mentre attraversavano il confine occidentale con l’Iran nel maggio 2020. La polizia di confine iraniana li ha torturati e costretti a tuffarsi nel fiume che scorre dall’Afghanistan verso l’Iran. Di loro, 23 sono annegati, 15 sono dispersi, e solo 21 sopravvissuti.

Domenica degli attivisti afgani hanno lanciato vernice sulle porte dell'ambasciata iraniana a Kabul per protestare contro la sparatoria su un'auto che trasportava migranti afgani nello Yazd, #Iran, e contro l'annegamento di migranti nel fiume Harirud.

L’Iran nega che la polizia di confine abbia torturato e fatto annegare i migranti afgani. Ma la credibilità delle autorità iraniane va esaminata attentamente: a gennaio 2020, le Guardie della rivoluzione dell’Iran hanno abbattuto un volo di linea nel corso di una disputa con gli Stati Uniti nella regione. L’Iran ha inizialmente negato di aver usato un missile cruise per colpire un aeromobile e uccidere 176 persone in volo, ma alla fine hanno ammesso di averlo fatto.

Un’indagine [fa] da parte della Commissione Indipendente per I Diritti Umani in Afghanistan ha infatti confermato che la polizia di confine iraniana ha torturato e ucciso i migranti al confine.

Il 14 maggio, il governo afgano e quello iraniano hanno istituito una commissione [fa] per indagare sull’annegamento dei migranti nel fiume. La commissione deve ancora rilasciare il verdetto, sebbene l’Iran neghi ancora ogni reato.

Come lamenta un afgano su Twitter:

L'esperienza dei rifugiati dimostra che nella maggior parte dei casi le autorità iraniane sono andate ben oltre  i facilitatori e i collaboratori indifesi, rendendo la vita degli afgani un inferno nelle scuole, nei quartieri, a lavoro.

Dov'è la tanto ostentata cultura e civiltà?

Mentre milioni di afgani hanno trovato rifugio in Iran dallo scoppio della guerra nel 1980, essi sono anche vittima di abuso delle autorità iraniane, come dimostrano le recenti tragedie. Gli afgani spesso lavorano a giornata come operai, e gli vengono negati istruzione e altri servizi di base.

Quando il COVID-19 ha colpito l’Iran a febbraio 2020, le autorità sanitarie iraniane si sono rifiutate di curare i migranti afgani che lavorano in Iran. Di conseguenza, centinaia di migliaia di migranti hanno dovuto fare i bagagli e rientrare in Afghanistan, contagiando il loro paese natale, dotato di un sistema sanitario molto debole per fare fronte alla pandemia.

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