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Stati Uniti in Siria: cosa possiamo aspettarci dalla nuova amministrazione?

L'image montre un camp de réfugiés. Au 1er plan, on distingue des femmes et des enfants. Les femmes sont agenouillées et affairées. Elles portent un foulard dans les cheveux. Une petite fille, de dos, se trouve a leurs côtés. On peut voir plusieurs tentes dressées sur un terrain plutôt terreux. Il y a des arbres, sur lesquels du linge est suspendu. Il fait beau. En arrière plan, on voit de la verdure et au loin, une colline.

Il campo profughi di Atmeh ad Aleppo, in Siria. Fotografia scattata dalla IHH Humanitarian Aid Foundation, su licenza CC BY-NC-ND 2.0.

Al termine del mandato di quattro anni del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, in che modo la nuova amministrazione influenzerà l'interminabile guerra in Siria e il destino della sua popolazione assediata? Sebbene Donald Trump abbia ufficialmente ordinato un ritiro completo delle truppe statunitensi dalla Siria, negli ultimi quattro anni la guerra civile continua ad essere una questione importante per l'amministrazione statunitense, come dimostrano le sue missioni antiterrorismo negli ultimi mesi.

Si può pensare che il presidente americano eletto, Joe Biden, potrebbe apportare nuovi elementi alla posizione americana nel conflitto, senza però imporre cambiamenti significativi sul terreno.

In un'intervista concessa a Defense One [en, come i link seguenti, salvo diversa indicazione] il mese scorso, Jim Jeffrey, ex consigliere per la Siria del Dipartimento della Difesa Statunitense, ha escluso la possibilità di un “ritiro completo” degli Stati Uniti da quel paese, nonostante gli ordini di Donald Trump, dichiarando: “Stavamo ancora manovrando in modo che i nostri leader non sapessero chiaramente quante truppe erano presenti”. Secondo Jim Jeffrey, l'attività degli Stati Uniti in Siria non ha mai vacillato sotto l'amministrazione di Donald Trump e rimane una priorità nonostante le recenti richieste di riduzione delle truppe sul territorio.

Le forze americane, in effetti, hanno ampliato il loro campo d'azione, svolgendo regolarmente missioni antiterrorismo dalle basi irachene al fianco delle Syrian Democratic Forces (SDF), supportate da Washington. Ufficialmente, il Pentagono ha autorizzato la presenza statunitense sul territorio di soli 200 soldati. Tuttavia, secondo un articolo del New York Times dell'ottobre 2019, le forze statunitensi attualmente contano 900 soldati nella sola Siria. Alla luce delle recenti politiche volte a garantire il controllo del territorio e la lotta al terrorismo, le forze americane sul campo devono essere rafforzate.

Ad esempio, il mese scorso un campo dello Stato Islamico (IS) nel deserto di Badiyah è stato distrutto da un aereo della coalizione internazionale sotto comando americano [en, ar; pdf], mentre altri veicoli militari statunitensi sono stati trasportati nella Siria orientale. Durante la prima settimana di novembre, 14 operazioni [en, ar] sono state lanciate contro gruppi terroristici nella regione, mentre recenti rapporti [pdf] dell'operazione Inherent Resolve (OIR) illustrano la necessità di mantenere un presenza regolare sul campo di battaglia per combattere quelle che descrivono come sacche di ISIS ancora attive sul posto. Recentemente sono stati segnalati anche combattimenti su larga scala tra le forze dell'Is e combattenti filo-regime vicini a Deir ez Zor, la principale città della Siria orientale.

Gli annunci fatti il ​​mese scorso dal senatore degli Stati Uniti Lindsey Graham e dal segretario di Stato Mike Pompeo su un accordo petrolifero tra le SDF e una compagnia petrolifera statunitense potrebbero aiutare a rafforzare il supporto per gli schieramenti statunitensi in Siria. Oltre a condurre operazioni contro le minacce terroristiche che gravano sui suoi interessi regionali e sui suoi alleati, l'importanza della guerra in Siria agli occhi dell'amministrazione statunitense è dovuta al pressante desiderio di Washington di limitare l'espansione territoriale russa nella regione, considerando che Mosca resta il principale sostenitore del regime siriano. Questo è il motivo per cui Washington mantiene il suo sostegno alle forze curde contro gli scontri militari diretti che coinvolgono mercenari russi.

Joe Biden deve ancora chiarire la sua futura politica in Medio Oriente come argomento della sua campagna. Tuttavia, il mese scorso, il futuro presidente degli Stati Uniti ha annunciato che manterrà fino a 2000 soldati statunitensi nelle aree soggette a disordini del Medio Oriente, concentrandosi principalmente sulle “forze speciali” e su come queste forze “non devono interferire con le dinamiche politiche dei Paesi in cui operano”. Più in generale, Joe Biden ha detto che avrebbe plasmato una politica estera basata sugli “interessi americani“.

Joe Biden sembra condividere il punto di vista dell'amministrazione di Donald Trump riguardo alle sanzioni in Siria. In alcune delle sue interviste pre-campagna, Joe Biden ha affermato che non sta valutando la possibilità di modificare o abrogare il “Caesar Act”, una serie di sanzioni contro la Siria recentemente approvate dal Congresso degli Stati Uniti, e riferisce il suo desiderio di “mantenere le sanzioni americane contro il regime siriano e gli organismi interessati”. Tuttavia, i consiglieri di Joe Biden hanno recentemente sollevato la possibilità di eccezioni per motivi umanitari al fine di garantire aiuti ai “siriani in difficoltà”.

La principale differenza tra l'amministrazione di Donald Trump e quella di Joe Biden riguardo alla Siria risiede probabilmente nei diritti umani. Kamala Harris, eletta vicepresidente degli Stati Uniti, lo scorso anno si è opposta alla decisione di Donald Trump, che chiedeva il ritiro delle truppe americane dispiegate in Siria a seguito dell'operazione “Fonte di Pace” (Operation Peace Spring) guidata dalla Turchia. Anche Anthony Blinken, futuro segretario di stato nell'amministrazione Joe Biden, concorda con questo punto di vista. In un articolo per la Brookings Institution dello scorso anno, ha descritto la politica militare degli Stati Uniti in Siria come un “errore del fare troppo poco”. In particolare, ha avvertito: “Se il ritiro dalla Siria promesso da Donald Trump si concretizzerà, probabilmente assisteremo al ritorno dello Stato Islamico”.

In un'intervista dello scorso maggio alla CBS, Anthony Blinken ha affermato che l'amministrazione di Barack Obama – in cui ha servito come assistente del segretario di Stato ed ex assistente del consigliere per la sicurezza nazionale – aveva “deluso” i siriani, e da allora la politica americana sulla guerra si era deteriorata, specialmente quando Washington aveva abbandonato i suoi alleati curdi. Secondo un resoconto dell'intervista, ha dichiarato “non siamo riusciti a prevenire una terribile perdita di vite umane. Non siamo riusciti a prevenire il massiccio sfollamento di persone all'interno della Siria e, ovviamente, all'esterno come rifugiati ”, aggiungendo che l'amministrazione di Joe Biden cercherà di riprendere il controllo della situazione da un punto di vista più umanitario.

Questa nuova amministrazione statunitense potrebbe prestare molta più attenzione a ciò che sta accadendo nelle aree controllate dai curdi, rispetto alla politica del “lasciar fare” di Donald Trump nei confronti delle forze turche nella regione. Inoltre, Kamala Harris si era espressa a favore di un intervento statunitense in Siria, soprattutto dopo gli attacchi con armi chimiche perpetrati dal regime siriano nel 2017.

Robert Ford, ex ambasciatore degli Stati Uniti in Siria, suggerisce addirittura che l'amministrazione Joe Biden fornirà alla comunità curda il supporto essenziale per “il riconoscimento globale di uno stato curdo”. Sinam Mohammad, rappresentante politico delle forze democratiche siriane negli Stati Uniti, ha recentemente dichiarato al VOA (Voice Of America):

SDF hopes the Biden administration will bring more political support for us to be included in talks that will determine our future and that of Syria as a whole.

Le SDF si aspettano un maggiore sostegno politico dall'amministrazione Joe Biden in modo da essere coinvolti nei negoziati che sono decisivi per il nostro futuro e per quello della Siria nel suo insieme.

Quindi, la posizione di Joe Biden sul conflitto siriano dovrebbe scontrarsi con quella della Turchia, un altro attore chiave nella guerra in Siria. Sebbene l'amministrazione di Joe Biden sia sia alleata alle forze democratiche siriane (SDF), l'attuale politica di Ankara è in gran parte incentrata sulla lotta a questa alleanza arabo-curda nel nord della Siria, che ritiene essere un “Gruppo terroristico”. D'altra parte, lo scorso anno, Donald Trump aveva designato i curdi come “nemici naturali”. Jim Jeffrey, ex consigliere per la Siria del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, ha tuttavia confermato nella sua intervista di novembre a Defense One che nessuno a Washington aveva dato alcuna garanzia a favore dei curdi contro la Turchia, limitando così questa cooperazione.

Dopo l'elezione di Joe Biden, diversi giornalisti hanno avanzato la prospettiva di instabili relazioni USA-Turchia a causa del potenziale sostegno degli Stati Uniti alla difesa del territorio curdo nella regione.

Il governo Biden sta anche valutando, in un quadro umanitario, l'implementazione dell'attuale politica statunitense sui rifugiati. Poiché l'amministrazione uscente ha ridotto il tetto a 15.000 rifugiati per l'anno fiscale 2021, il più basso mai registrato, Joe Biden si è impegnato a “fissare il limite annuo complessivo di ammissione dei rifugiati a 125.000, e aumentarlo gradualmente”.

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