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L'Uzbekistan come caos creativo: un fotografo interpreta la ricerca di identità del suo Paese

”Logomania: possedere il mondo a metà prezzo”, 2019. Foto di Hassan Kurbanbaev, usata dietro autorizzazione.

L'Uzbekistan, un Paese dell'Asia centrale, è conosciuto perlopiù per la sua architettura della Via della Seta [en, come i link seguenti, salvo diversa indicazione] mozzafiato e il suo ricco patrimonio culturale. Tuttavia, aldilà delle immagini da cartolina, c'è una società ancora alle prese con la propria identità.

Dopo il crollo dell'Unione Sovietica nel 1991, la difficile transizione dal socialismo ha lasciato molte persone in grave difficoltà economica — ma data la propensione a proporre il Paese come una meta turistica da sogno, le autorità uzbeke sono molto suscettibili al modo in cui viene raffigurato dai fotografi.

Nella tradizione sovietica, la fotografia era un’arte politica [it] che aveva il compito di mostrare solo gli aspetti lusinghieri dello Stato in chiave propagandistica. Dopo l'indipendenza l'Uzbekistan ha applicato le stesse regole: nel 2010 la fotografa indipendente Umida Akhmedova venne accusata di “insultare la nazione uzbeka” perché le foto che pubblicava apparentemente non dipingevano la società uzbeka in modo favorevole. La fotografa venne processata in un tribunale uzbeko.

Per comprendere lo stato attuale della fotografia indipendente contemporanea, ho parlato con Hassan Kurbanbaev, un fotografo emergente che ha cominciato a esibire i suoi lavori all'estero, online e presto, spera, a Tashkent [it] dove vive.

Filip Noubel (FN): Molte delle sue foto si concentrano su diversi aspetti dell'identità e spesso mettono in contrasto la modernità – e la sua ossessione con le marche – e la realtà della vita quotidiana in Uzbekistan. Come descriverebbe il suo lavoro? 

Hassan Kurbanbaev (HK): It seems to me that these things are complementary — the search for self-identification and the country itself in the context of time. What is modern Uzbekistan? I think this question ultimately leads to a global reflection on everything that surrounds us, including our everyday life. Our behavior, the way we dress, all demonstrate in a very revealing way our desire for a certain luxury that we could not afford but watched on TV. These symbols for me are a reflection on the question of identity and of a search for it.

Recently, I talked with a guy from Albania who now lives in Tashkent — he said that for him, Uzbekistan is a sort of chaos, where everything is mixed — the beautiful East, the Soviet Union and the imitation of the West, both visually and mentally. It seems to me he determined the state of the country in very accurate terms. We all need to think about this.

In my case, I didn't take pictures for a while. After a break, [I] returned to photography and realized I was in fact taking a course on studying my country while using a camera. I felt like a student, a kind of a child who re-opens his own country. Therefore, my series of photos is, at first glance, very simple. For example, [my piece] “Logomania” is based on the irony found in everyday life and in street chic that can be obtained in the most affordable way.

Hassan Kurbanbaev (HK): Mi sembra che questi aspetti siano complementari — la ricerca della propria identità e di quella del Paese stesso nel contesto temporale. Cos'è l'Uzbekistan contemporaneo? Penso che questa domanda in ultima analisi porti a una riflessione globale su tutto ciò che ci circonda, inclusa la nostra vita quotidiana. Il nostro comportamento, il modo in cui ci vestiamo, tutto mostra in maniera rivelatrice il nostro desiderio per un certo lusso che non possiamo permetterci ma che vediamo in televisione. Questi simboli per me sono un riflesso della questione dell'identità e della sua ricerca.

Di recente ho parlato con un albanese che vive a Tashkent — mi ha detto che per lui l'Uzbekistan è una specie di caos, dove tutto è mischiato — lo splendido Oriente, l'Unione Sovietica e l'imitazione dell'Occidente, sia a livello visuale che mentale. Mi sembra che abbia compreso lo stato del Paese in termini molto accurati. Dobbiamo tutti riflettere a riguardo.

Nel mio caso, per un po’ non ho fatto fotografie. Sono tornato alla fotografia dopo una pausa e ho realizzato che in realtà stavo studiando il mio Paese tramite la macchina fotografica. Mi sono sentito uno studente, come un bambino che riscopre il suo stesso Paese. Di conseguenza, la mia serie fotografica è molto semplice a prima vista. Per esempio “Logomania” è basato sull'ironia della vita quotidiana e della moda di strada realizzata nel modo più economico possibile.

Un giovane steso sul tettuccio di un'auto sovietica Zhiguli [it] a Oksoy vicino Samarcanda, giugno 2019. Foto di Hassan Kurbanbaev, usata dietro autorizzazione.

FN: Quella del fotografo non commerciale in Uzbekistan non è una vita facile. Come è arrivato a questa forma d'arte e in che modo i suoi soggetti percepiscono il suo ruolo quando vengono approciati? 

HK: I think it's important to define what we mean by non-commercial photography. If you [compare me] with wedding or advertising photographers, then yes, I am not a commercial photographer. But I can work, for example, for the Financial Times, and get paid for my work — so I am an independent photographer who also works in the commercial field.

In the West, independent photographers can be represented by galleries [and] sell prints but here, there is no domestic art market for photographers. I would really like this situation to change, because [there is] a growing interest from local young people who want to be independent, to make their own series about themselves or their country, but they don't have the resources to do it. I very often have to face financial difficulties in order to make a project; sometimes I feel desperate. Therefore, I have to focus more on the Western market.

I believe that independent photography can be commercially successful and the state itself should be interested in this, if it wants to develop art. If we talk about my working methods, I just try to tell very simply why I take photographs, and sometimes this is enough for people to agree to a portrait.

HK: Penso sia importante definire ciò che intendiamo per fotografia non commerciale. Rispetto ai fotografi di matrimoni o quelli che lavorano nella pubblicità, allora sì, non sono un fotografo commerciale. Ma posso lavorare, ad esempio, per il Financial Times ed essere pagato per il mio lavoro — per cui sono un fotografo indipendente che lavora anche nel campo commerciale.

In Occidente i fotografi indipendenti possono essere esposti nelle gallerie, vendere le proprie foto, ma qui non c'è un mercato artistico domestico per i fotografi. Vorrei davvero che questa situazione cambiasse, perché c'è un interesse crescente da parte dei giovani che vogliono essere indipendenti, creare le proprie serie su di sé e sul proprio Paese, ma non hanno le risorse per farlo. Incontro spesso difficoltà economiche per realizzare un progetto; a volte mi sento disperato. Di conseguenza devo concentrarmi di più sul mercato occidentale.

Io credo che la fotografia indipendente possa avere un successo commerciale e lo Stato stesso dovrebbe interessarsene, se vuole sviluppare le arti. Per quanto riguarda il mio metodo di lavoro, cerco di spiegare semplicemente perché faccio fotografie e a volte questo è sufficiente perché le persone acconsentano ad essere ritratte.

Ozodbek, un giovane performer a Samarcanda, settembre 2018. Foto di Hassan Kurbanbaev, usata dietro autorizzazione.

FN: C'è un riconoscimento per la fotografia contemporanea nella società uzbeka, uno spazio per fotografi come lei per incontrarsi e esibire il loro lavoro? Dov'è il suo pubblico, principalmente?

HK: Such a community existed, but among the older generation photographers, such as photo correspondents. There is no domestic art market in the country as such; this, of course, also applies to contemporary photography. The absence of curators and years of state censorship have eventually led to a crisis in art. But there are good changes — last year in Tashkent, photographer and human rights activist Timur Karpov opened an independent space for artists, the 139 Documentary Center. He has great plans to develop independent photography, to do well curated exhibitions. For me, this is an important event considering our context.

Today, the whole world has switched to online and we need to use it, especially for artists for whom this is, sometimes, the only opportunity to show their work. For example, I write on Instagram in English to reach a large audience, although I don't speak English very well. [This] is a chance not only to share my vision, but also to show Uzbekistan, which still seems completely unknown as a country.

HK: Esiste una comunità del genere, ma tra i fotografi di vecchia generazione, come i fotoreporter. Non c'è un vero e proprio mercato d'arte domestico; questo, ovviamente, vale anche per la fotografia contemporanea. L'assenza di curatori e anni di censura di Stato hanno finito per portare a una crisi nell'arte. Ma ci sono cambiamenti positivi — l'anno scorso a Tashkent il fotografo e attivista per i diritti umani Timur Karpov ha aperto uno spazio indipendente per gli artisti, il 139 Documentary Center [it]. Ha anche grandi piani per sviluppare la fotografia indipendente e realizzare mostre ben curate. Per me questo è un evento importante considerando il nostro contesto.

Oggi il mondo intero si è spostato sul web e dobbiamo usarlo, specialmente noi artisti per cui a volte è l'unica occasione di mostrare il nostro lavoro. Per esempio io scrivo su Instagram in inglese per raggiungere un pubblico più ampio, anche se non parlo inglese molto bene. È un'occasione non solo per condividere la mia visione ma anche per mostrare l'Uzbekistan, che sembra essere ancora completamente sconosciuto come Paese.

Un lenzuolo con due tigri innamorate sui monti Zarafshan nell'Uzbekistan meridionale, giugno 2019. Foto di Hassan Kurbanbaev, usata dietro autorizzazione.

FN: Su quali temi sta lavorando attualmente? 

HK: I am working on a series about youth from all countries of Central Asia. They are the first generation of people in the so-called five Stans — “new countries” created after the demise of the Soviet Union in 1991 — that continue to emerge as independent societies. These young people are the grandchildren and great-grandchildren of Indigenous people, immigrants, people who were deported to Central Asia for political reasons. They interest me because they are the ones who will make our countries better in every sense. If I manage to find a budget along with the series, I would like to shoot a documentary film.

HK: Sto lavorando su una serie sui giovani dei Paesi dell'Asia centrale. Sono la prima generazione nei cosiddetti cinque-Stan — “nuovi Paesi” creati dopo il crollo dell'Unione Sovietica nel 1991 — che continua a emergere nelle società indipendenti. Questi giovani sono i nipoti e bisnipoti delle persone indigene, immigrate e deportate per ragioni politiche in Asia Centrale. Mi interessano perché sono quelli che miglioreranno i nostri Paesi in ogni senso. Se riuscissi a trovare un budget, oltre alle serie fotografiche mi piacerebbe girare anche un documentario.

 

Scoprite di più sui cambiamenti sociali in Uzbekistan qui [it]

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