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Armenia: delusi e divisi su Obama, i blogger commemorano il genocidio del 1915-17

24 aprile 2009: Commemorazione del genocidio di Tsitsernakaberd, Yerevan
Commemorazione del genocidio di Tsitsernakaberd, Yerevan, Repubblica di Armenia
© Onnik Krikorian / Oneworld Multimedia 2008, ripresa con licenza Creative Commons

Il 24 aprile ricorreva il novantaquattresimo anniversario del massacro e della deportazione di 1.5 milioni di armeni che vivevano sotto l'Impero Ottomano. Già divisi nelle reazioni al discorso del Presidente statunitense Barack Obama in Turchia del 6 Aprile [in], i blogger locali ne commentano variamente la recente dichiarazione per la ricorrenza che evita di definire gli eventi risalenti alla Prima Guerra Mondiale come genocidio.

Molti erano già rassegnati all'inevitabile tradimento delle promesse elettorali [in] formulate per calamitare il voto degli armeno-americani [in]. Altri avevano anzi già sottolineato l'importanza stratergica della Turchia [in] per l'Occidente, e la possibile svolta negli sforzi per normalizzare i rapporti tra Armenia e Turchia [in] con il supposto ripensamento di quest'ultima sul proprio passato.

Questo punto di vista ricompare in un post dell’ analista armeno-americano Richard Giragosian, che da Yerevan scrive [in] un articolo ospitato su Post Global.

[…] concentrare l'attenzione sulla questione del genocidio, o sulle scelte lessicali di Obama non fa che distogliere dal vero nodo della questione: l'onere di occuparsi delle vicende storiche della Turchia è ora compito della stessa Turchia, che pure ha già avviato un'importante, e talvolta dolorosa, nuova indagine sul proprio passato e una ridefinizione della propria identità.

[…]

Così, considerata l'irripetibile opportunità che ci si presenta, possiamo solamente sperare che Turchia e Armenia possano procedere insieme a fare i conti con l'eredità del passato, sulla base di un comune impegno per il futuro. […]

Eppure alcuni blogger armeni non concordano, come Sevana di Life in the Armenian Diaspora che si diceva furibondo [in] anche prima del discorso del Presidente:

Una dichiarazione come questa significa una cosa sola. È il 22 aprile, e la Turchia teme che Obama pronuncerà la parola GENOCIDIO nel suo discorso del 24 aprile. […]

Alla fine Obama manterrà la promessa o avranno la meglio i giochetti della Turchia? Voglio credere che a prevalere sarà il bene, che stavolta possiamo fidarci delle promesse elettorali ma… ho forti dubbi.

In un post successivo, pubblicato dopo la dichiarazione, il blogger definisce  “bugiardo” il Presidente degli Stati Uniti [in]. Anche alcuni non-armeni concordano, come Cervantes, che paragona Obama al suo predecessore [in].

Barack Obama era stato molto chiaro in campagna elettorale: da Presidente, avrebbe riconosciuto il massacro di quasi cent'anni fa degli armeni in Turchia come genocidio.

Venerdì, quando ha rotto questa promessa, il Presidente ha scelto lo stesso approccio “in punta di piedi” di cui ha sempre accusato l'amministrazione Bush.

Sam Lapena è anche più esplicito [in]:

Oggi il Presidente – mio eroe assoluto, uno dei pochi su questo pianeta di cui potrei dire, con massima serietà, che rappresenta un esempio, per me – si è rimangiato la promessa fatta, trasformando quel riconoscimento di cui c'era bisogno in un giochino di semantica e terminologia. […]

Spero proprio che nel momento stesso in cui la Turchia non gli servirà più, si alzerà, andrà alla maledettissima televisione e dirà “È stato un genocidio”. Sì, lo spero, ma ora non riesco a frenare la lingua. Non posso negare di essere deluso. Sono molto, molto deluso, e non riesco nemmeno a immaginare cosa staranno pensando tanti armeni, e gli armeno-americani. […]

Obama non è esente da critiche. Bene, ecco la mia: ma che DIAVOLO erano quelle stupidaggini? Bisognerà rettificare quanto prima questa schifezza […]. Non puoi startene lassù a blaterare di “cambiamento”, “differenze”, “umanità”, “‘interesse comune” […], per poi rinnegare le tue promesse, appena le cose si mettono male. Se questo è il tuo approccio, allora non sei il “cambiamento” più di tutti quegli altri Presidenti cresciuti nella bambagia avuti finora […]. Spero proprio ci sia una buona ragione per esserti comportato così. E parlo di una ragione del tipo  “evitare dei morti”, non di uno stramaledetto interesse diplomatico.

Anche Egalicontrarian ritiene che Obama avrebbe dovuto definire gli eventi del 1915 come genocidio [in].

Credo che il Presidente avrebbe dovuto usare il termine “genocidio” per descrivere lo sterminio degli armeni. Tuttavia sono contrario all'approvazione in Congresso di una mozione che lo definisca tale. Il motivo è che non credo sia responsabilità del governo stabilire la verità storica. Spetta piuttosto agli storici. Credo però che i parlamentari, in quanto persone che intervengono sui vari argomenti del mondo, debbano usare il termine “genocidio” liberamente, quando è il caso, proprio come dovrebbe fare il Presidente. In altre parole, il termine non andrebbe appositamente evitato in base a una strategia politica.

Ironicamente, neppure Talk Turkey si è detto impressionato favorevolmente [in] dagli sforzi di Obama per accontentare tanto gli armeni quanto i turchi, principalmente perchè crede che il Presidente sia invece riuscito ad attirarsi le antipatie generali.

[…] Ecco cosa ho da dire a Obama. Con la dichiarazione odierna, dimostri di avere paura di assumere una posizione netta. Ora, hai fatto arrabbiare sia gli armeni (per non aver usato il termine “genocidio”) CHE i turchi (pur non avendo menzionato la “parola che inizia con la G” , l'hai lasciata intendere, cambiandone definizione e applicazione).

Se avessi assunto una posizione, una qualunque, avremmo potuto ammirare il tuo coraggio, e ti avremmo considerato meno come un politico, e più come un uomo determinato e integro. OPPURE avresti potuto dire, finiamola con la tradizione delle dichiarazioni “non vincolanti”. Andiamo avanti, cambiamo il nostro atteggiamento. Concentriamoci sulle cose che ci uniscono, e non su quelle che ci dividono.

O forse anche quelle erano solo promesse elettorali? Vergognati!

Come fa notare il blogger, ciò che rende il dibattito ancora più problematico sono stati i termini scelti da Obama, in un discorso che comunque pochi prevedevano potesse contenere la parola “genocidio”.  Unzipped, ad esempio, sottolinea come Obama abbia fatto un riferimento al genocidio degli armeni [in].

Come era prevedibile, nel pieno della “storica normalizzazione tra Armenia e Turchia”, Obama si è rimangiato le sue promesse elettorali, e ha parlato del genocidio degli armeni definendolo “una delle più grandi atrocità del ventesimo secolo”, e “Meds Yeghern”.

In armeno, Meds Yeghern significa genocidio, ma solo in armeno: meglio di niente, certo, ma non è come “la parola che inizia per G”. Nessuna sorpresa, dunque…

Effettivamente, Obama ha riconosciuto il genocidio degli armeni, ma solo per gli armeni (gli unici a capire il significato di “Meds Yeghern”), e non per il resto del mondo.

Anche Blogian fa notare la terminologia usata, aggiungendo però che ciò non è sufficiente [in] per le speranze di molti armeni.

Nella sua prima dichiarazione per commemorare il genocidio degli armeni, il Presidente Obama non ha parlato di “genocidio”, ma ha impiegato il termine armeno, Meds Yeghern (la grande catastrofe), per poi spiegare di non aver mutato opinione.

Sarà anche un riconoscimento parziale, ma non è certo il cambiamento che aveva promesso.

Whatever you are be good one si dice d'accordo [in].

[…] Nel suo discorso, rivolto agli armeni d'America, il Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha evitato di utilizzare il termine “genocidio”, rimpiazzandolo con l'equivalente armeno “Meds Yeghern”. Si è dunque fatto in modo che lo capissero solo gli armeni? Sono deluso. Anche se, ad essere sinceri, non mi aspettavo niente di meglio […].

Attivista armeno brucia la bandiera turca
Armenian Revolutionary Federation – attivista del Dashnaktsutyun dà alle fiamme la bandiera turca a Yerevan, Repubblica di Armenia
© Onnik Krikorian / Oneworld Multimedia 2008, ripresa con licenza Creative Commons

Al dibattito sulla semantica, Ianyan dice di preferire una riflessione sulle conseguenze del genocidio [in]:

[…] non marcerò mai verso l'ambasciata turca di mia spontanea volontà, per brandire i miei simboli, gridare “assassini sanguinari”, o sventolare bandiere dalla macchina sfilando per strada. In realtà, quando penso alle migliaia di armeni che si produrranno in simili manifestazioni, cado in un profondo imbarazzo.

Non fraintedentemi. Riconoscere il genocidio è importante, ma non lasciate che ciò possa a calamitare tutta la vostra attenzione, bersagliare di continuo la Turchia negli editoriali dei nostri quotidiani, instillare l'odio nella mente dei bambini armeni, incitare al cieco nazionalismo non può che portar male.

[…] A volte sono talmente orgoglioso delle radici della mia cultura da desiderare ardentemente che i turchi paghino caro per averla quasi distrutta. Altre volte, invece, […] sono profondamente frustrato dagli articoli che esigono le scuse della Turchia o affermano che il Presidente Obama dovrebbe vergognarsi per non aver mantenuto la promessa del riconoscimento del genocidio da parte degli Stati Uniti.

Piuttosto mi rendo conto che occorra maggior dialogo.

Direi che dobbiamo finirla di fare le vittime.

Ciò di cui abbiamo veramente bisogno è smetterla di strumentalizzare il genocidio, e concentrarci piuttosto su come migliorare le relazioni tra turchi e armeni, le nostre posizioni politico-economiche, e l'ostilità che riversiamo su minoranze e gruppi etnici.

Istanbul Calling concorda, e afferma che questa fissazione sulla terminologia sembra ormai vivere di vita propria [in].

Il 24 aprile si commemora il genocidio armeno del 1915-1918. La tragedia dell'evento è ormai oscurata da tutte le questioni politiche che la circondano. Sembrerebbe che ogni anno si presti più attenzione a “Lo dirà oppure no?”, il gioco in cui si cerca di indovinare se il Presidente americano finirà per pronunciare la parola “genocidio” nell'annuale commemorazione dell'evento, piuttosto che ricordare sul serio quanto accaduto.

Alla vigilia della commemorazione del 24 aprile, la questione rimaneva cruciale [in] per un blogger armeno su The Harvard Crimson.

Questo termine è talmente carico di significato che può ribaltare la stessa logica. In una dichiarazione ufficiale rilasciata lo scorso anno, il Presidente George W. Bush aveva dichiarato che “circa 1.5 milioni di armeni hanno perso la vita negli ultimi anni dell'Impero Ottomano, molti dei quali vittime di omicidi di massa e deportazioni forzate”. Ironicamente, molti attivisti turchi si dissero soddisfatti di questa descrizione, che non includeva il termine “genocidio”, nonostante denunciasse apertamente gli eventi in ogni altro modo possibile. […] Finchè non si fa menzione della parola genocidio, credono di aver vinto…

Allo stesso modo, a volte gli attivisti armeni lasciano che questa fissazione sulla parola “genocidio” rubi spazio al rispetto dei fatti storici. Nel tentativo di convincere il mondo dell'esistenza del genocidio, gli attivisti tendono ad affidarsi a stime dei morti gonfiate e a fonti dubbie per affermare le proprie posizioni […].

Quanti tra noi commemorano la “Giornata dei Martiri” non dovrebbero cadere nel tranello di discutere la liceità della definizione di “genocidio” per gli eventi del 1915. Meglio piuttosto trovare qualcuno presente a tali eventi o che ne ha subito le ripercussioni, e parlare con queste fonti dirette o indirette […]. E quando si parla con loro, invece di chiedere, “Cos'è il genocidio?”, bisognerebbe semplicemente domandare, “Cos'è successo?”. In questo modo, invece di sentire il bisogno di mettere un'etichetta su eventi tanto catastrofici, potremmo far parlare le stesse testimonianze storiche.

In un post scritto da un ospite per ricordare il 24 aprile, The Hub pubblica una di tali testimonianze [in], rilasciata dalla novantaseienne Alice Shnorhokian.

Comunque la pensiate in proposito, la maggior parte dei blogger concordano nel definire gli eventi del 1915-17 come genocidio, termine coniato da Raphael Lemkin nel 1943 [it], riferendosi anche ai massacri degli armeni. Ciò su cui i blogger si dividono è l'approccio migliore per risolvere la questione: senza dubbio, il dibattito proseguirà.

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