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Lettera di una cubana a Donald Trump

"Havana". Photo by Flickr user Pedro Szekely. Used under CC 2.0 license.

“L'Avana”. Foto pubblicata su Flickr da Pedro Szekely. Utilizzata con licenza CC 2.0.

Donald Trump:

Per caso conosce il significato della parola dignità?

Le misure [en] che ha annunciato lo scorso venerdì 16 giugno, Presidente Trump, sono patetiche. Come patetico è quel gruppo di persone che si proclamano cubane e si affidano al leader di un altro paese per chiedergli di strangolare economicamente il proprio. Mi riferisco a quelli che gridano “Viva Cuba libera” dall'altro lato dello Stretto della Florida o al congressista che crede di conoscere il paese di origine suoi genitori senza aver mai messo piede nelle sue strade, o a quell'altro congressista che riesce a mala pena a pronunciare la parola “libertà” con la bellezza e la scioltezza tipiche dello spagnolo. Le misure che ha annunciato lo scorso venerdì non sono solo offensive nei confronti del governo e del popolo cubano, ma offendono anche me.

L'assoluta arroganza – che non a caso fa rima con ignoranza – che ha caratterizzato tutta la sua presidenza ha raggiunto un altro punto di svolta oggi, 16 giugno 2017. Certo, non si può pretendere che un presidente che non è in grado di comprendere le basi del cambiamento climatico – visibili soprattutto nel paese dove possiede le sue proprietà più preziose [it, come i link seguenti, salvo diversa indicazione] – capisca la complessità di un paese come Cuba. Un presidente che è non è stato in grado di impegnarsi a favore del futuro dell'intera umanità sarebbe del tutto incapace di impegnarsi a favore del futuro di una piccola isola caraibica e dei suoi cittadini. Sarebbe stato molto semplice. L'unica cosa che i cittadini cubani chiedono da sempre agli Stati Uniti è il rispetto. E questo 16 giugno l'unica cosa che ci è stata negata è proprio il rispetto.

All'inizio di questa lettera, le ho domandato, Presidente, se conosce il significato della parola dignità. Per chi è al governo è facile avere dignità. Non deve scegliere cosa mangiare, dove dormire, come vestire i propri figli. Sono i popoli, non i governi quelli che possono vantarsi di avere dignità perché è a loro che toccano le decisioni difficili. Vengo da una famiglia povera ma dignitosa. Gente che è nata povera e dignitosa e che ha continuato ad esserlo per quasi tre generazioni. Insegnanti elementari, bibliotecari, insegnanti di supporto, contabili, allevatori e contadini. Quando mia madre mi chiese cosa avrei studiato se fossi riuscita ad arrivare all'università, le ho risposto, a soli nove anni, che avrei studiato qualsiasi cosa ma che non sarei mai diventata un insegnante ‘perché non volevo che fossimo tanto poveri’.

Le finestre dell'appartamento di mia madre le abbiamo comprate vendendo due pecore che erano rimaste orfane e che abbiamo allattato per mesi con un biberon. Il mio letto è lo stesso di 25 anni fa. Ricordo ogni paio di scarpe, dalla prima alla quinta elementare, perché ne ho avute solo tre. Potrei raccontarle della prima volta che ho visto uno straniero gettare delle caramelle da un'auto a noleggio a Playa de Guanabo, perché non avevo mai visto caramelle di quel colore. Ricordo i libri che ho letto alle medie perché sono stati la mia salvezza durante il cosiddetto Periodo speciale.

Nonostante tutte queste privazioni economiche sono comunque riuscita a essere felice. Mi rendevano felice i mango, la stagione dei pomodori e le montagne attorno alla mia casa. Mi sono inventata mille storie per dare un senso alla mia povertà e trasformarla in una ricchezza spirituale. Un giorno raccontai ai miei amici di scuola che, seguendo i sentieri della montagna dietro casa mia, si poteva arrivare in linea retta alla Base Navale di Guantanamo. Erano tante le notizie che circolavano su questo luogo avvolto dal mistero. Allora non era un luogo di tortura ma uno spazio destinato ai pescatori cubani e quindi per me speciale. Descrivevo ai miei amici i campi minati, il mare, il volto dei soldati cubani, la faccia degli statunitensi e le case di campagna. La povertà mi ha insegnato a sviluppare la mia immaginazione. Non credo che tutti i bambini debbano essere poveri per sviluppare la loro immaginazione. Insisto solo sul fatto, forse in modo troppo contorto, che abbiamo imparato a superare le barriere della realtà.

Storie come queste si sentono in tutte le strade di Cuba. Il 7 dicembre 2014, Barack Obama [en] ha dimostrato che un'altra realtà era possibile. Però, ad essere onesti, abbiamo imparato a non fidarci. Sono sicura che pochi cubani siano rimasti sorpresi dalle iniziative che lei ha intrapreso oggi. Abbiamo imparato ad aspettarci il peggio e a celebrare il meglio quando arriva. Non arriva quasi mai. Non arrivano mai né l'aumento degli stipendi, né l'Internet di cui abbiamo bisogno, né le riforme costituzionali che chiediamo, né un'economia prospera, né un socialismo sostenibile, né niente di niente. In cambio, sono arrivati la riforma dell'immigrazione, il via libera alla libera imprenditoria, la possibilità di acquistare auto e case, e un'altra manciata di cose che potremmo eufemisticamente chiamare “riforme”. In questo tira e molla tra il popolo e il governo, siamo riusciti ad ottenere alcune cose mentre altre, che sono debiti storici del paese nei confronti della sua gente, stanno cadendo a pezzi.

Signor Presidente, ripeta con me: “L'accesso all'istruzione deve essere gratuito e universale”. Non è uno slogan di Bernie Sanders, ma un qualcosa che vari paesi, più poveri del suo, sono riusciti a raggiungere. Ripeta con me, Presidente: “L'accesso alla salute deve essere gratuito e universale”. Altro modo simpatico non solo di Cuba ma anche di Svizzera, Singapore, Irlanda e Canada di mettere in ridicolo il suo paese. Una vera e propria cospirazione internazionale per mettere in cattiva luce gli Stati Uniti.

I singoli cittadini statunitensi non potranno più visitare Cuba? Ma sa chi danneggia veramente tutto questo? In primo luogo, il popolo del suo paese; un paese che si vanta della libertà e permette che il suo governo limiti la sua mobilità (stabilita dalla Carta dei Diritti Umani [es]). In secondo luogo, il governo del suo paese. Che razza di potenza mondiale può mai credere che permettere ai suoi cittadini di visitare un'isola di 11 milioni di abitanti con un Presidente di nome Castro possa arricchire il governo [di Cuba]? Per caso, ha visto qualche funzionario del governo cubano pulire le stanze dell'Hotel Saratoga, servire nelle taverne e nei ristoranti dell'Avana, e seminare quelle piante organiche che gli statunitensi desiderano tanto comprare? Ha per caso visto Raúl Castro vendere suovenir nella piazza della cattedrale? Ha visto José Ramón Machado Ventura prendere un autobus per arrivare presto al lavoro? Ha visto la casa di Ramiro Valdés sul sito di Airbnb? O Miguel Díaz Canel [es] offrire un servizio taxi di andata e ritorno per l'aeroporto José Martí a qualche cittadino del Kentucky? E magari Lázara Mercedes López Acea [es] pulire i bagni del terminal 3? Le do una mano a rispondere. No. No, sono solo i cittadini americani a beneficiare dell'incremento del turismo statunitense nell'isola. Lei che è al governo sa sicuramente che il governo cubano prende la sua parte, ma la prende anche il cittadino comune: la cameriera, l'agricoltore, il tassista, la signora che pulisce i bagni…

Lei non ha nemmeno avuto il coraggio di George W. Bush di sospendere le rimesse degli emigrati, i viaggi e i visti. Le sue misure sono a mala pena regole di contenimento per accontentare Marco Rubio, il suo avversario durante la campagna elettorale che l'ha messa in ridicolo in varie occasioni, non perché non è stato particolarmente brillante, ma perché è facile metterla in ridicolo. Le sue misure puzzano di vigliaccheria. Sono una cortina di fumo. Un qualcosa che serve a distrarre il popolo statunitense da ciò che è veramente importante. E con questo intendo non il futuro, ma il presente del suo paese. Le sue misure, Presidente, sono il frutto di arroganza politica e mancanza di rispetto. Forse altri paesi si piegheranno al suo. Cuba non l'ha mai fatto e non inizierà a farlo oggi. Forse gli accordi con Obama sono andati a farsi fottere, ma la nostra dignità no.

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