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Il Caucaso russo che non vi mostrano nelle notizie

Attraversamento a guado del fiume Kizgych, in sella a un cavallo, nella riserva naturale di Teberda. Foto di Anton Lange, usata con autorizzazione.

Una regione così ricca di culture uniche che potrebbe persino essere chiamata “una nazione all'interno di una nazione”, patria delle comunità islamiche più conservatrici della Russia, e un'area dove il governo federale esercita le politiche interne come in nessun altro luogo, il Caucaso settentrionale gode di una identità speciale, sebbene controversa, ovunque in Russia e nel resto del mondo. Dopo essere stata la sede di intense violenze tra le forze armate federali e i locali movimenti separatisti per più di 15 anni (con l'ultima operazione militare ufficiale avvenuta piuttosto recentemente nel 2009), la Cecenia, la Inguscezia e altre repubbliche del Caucaso russo, si stanno gradualmente evolvendo in un Caucaso settentrionale che si proietta verso l'esterno come luogo prospero, integrato e aperto per i visitatori.

La nuova politica regionale è contrassegnata da una forte presenza federale e un massiccio finanziamento. Il governatore della Cecenia, Ramzan Kadyrov, appare regolarmente nelle notizie per il suo ardente e talvolta bizzarro sostegno a Vladimir Putin. A San Pietroburgo, i critici del padre di Kadyrov non sono recentemente riusciti a bloccare la rinomina di un ponte con il suo nome, Akhmad Kadyrov.

Con questi scandali politici che dominano solitamente i titoli delle notizie, RuNet Echo volge la sua attenzione verso una storia culturale della regione incentrata su un nuovo progetto culturale.

In seguito alla sanguinosa storia della regione e al problematico presente, è talvolta difficile ricordare che il Caucaso settentrionale non è un territorio di morte e distruzione. L'area è anche una collezione di tesori di culture uniche e indomite ricchezze naturali. Il viaggio richiede comprensione e preparazione, comunque, ed è dove nasce un nuovo progetto artistico.

“The Range. The Caucasus from Sea to Sea” (L'estensione. Il Caucaso dal Mar Nero al Mar Caspio) di Anton Lange (uno dei più rinomati fotografi russi), è stato lanciato all'inizio dell'estate 2016 come progetto web, preceduto da un grande album fotografico e da una serie di esposizioni. Con il suo ultimo lavoro Lange, meglio conosciuto oggi per “Russia Through a Train Window” (la Russia attraverso la finestra di un treno), ha fatto un audace nuovo sforzo per rendere giustizia al mozzafiato patrimonio culturale e naturale della regione. Un partenariato con Northern Caucasus Resorts JSC ha permesso al team del progetto di esplorare l'intera estensione della catena montuosa del Grande Caucaso e i suoi pendii settentrionali, alla ricerca di prospettive insolite e attrazioni sconosciute.

Ksenia Khudadyan ha parlato con Anton Lange sul suo viaggio nel Caucaso, il quale afferma che ogni persona dovrebbe trovare il modo di vivere questa esperienza.

Photo by Anton Lange. Used with permission.

Foto di Tengiz Mokaev, usata con autorizzazione.

Ksenia Khudadyan (KK): La copertura mediatica offre generalmente un'immagine piuttosto dubbiosa del Caucaso come regione, in particolare dalla prospettiva sociale, e contribuisce allo sviluppo di determinati stereotipi. Ovviamente, non possono essere tutti veri. Probabilmente lo stereotipo più ovvio è che chiunque visiti la regione si trovi in eccezionale pericolo. Quanto è stato vero per il team del progetto? [en, come le citazioni e link seguenti].

Anton Lange (AL): It's true that the region's image is contradictory—and the Caucasus itself is indeed a land of contradictions. It goes without saying that the media automatically exaggerates the level of danger, and it offers scarce, if any, coverage of good news from the Caucasus. But journalists pick up immediately on any problems, of course, broadcasting the news on every channel.

Once a story is online, it's there to stay. So when you look up “the Caucasus” on the Internet, you're showered with a pile—a heap—of news about explosions, shootouts, special operations, and so on. As a result, the picture of the region is quite distorted, and outsiders come away with the impression that the Caucasus is an incredibly dangerous place, but this isn't so.

It would also be untrue to say that the Caucasus isn't dangerous at all. Obviously, the Western Caucasus, which is closer to Sochi and full of resorts (mainly ski resorts like Arkhyz), isn't fraught with any dangers or threats. At the same time, there are places (like certain areas in Dagestan) that are inundated with security forces, where you need special permission just to enter. You can find it all.

Anton Lange (AL): È vero che l'immagine della regione è contradditoria; e il Caucaso stesso è un territorio di contraddizioni. Non c'è bisogno di dire che i media esagerano automaticamente il livello di pericolo, e offrono, dove sia presente, una scarsa copertura delle buone notizie provenienti dal Caucaso. Tuttavia i giornalisti affrontano immediatamente eventuali problemi, diffondendo le notizie su tutti i canali.

Una volta che una storia è online, è là per rimanerci. Perciò quando cercate “il Caucaso” su internet, siete sommersi da un sacco, un cumulo di notizie che riguardano esplosioni, sparatorie, speciali operazioni e altro. Come risultato, l'immagine della regione è piuttosto distorta e i forestieri si fanno l'idea che il Caucaso sia un luogo incredibilmente pericoloso, ma non è così.

Sarebbe anche falso dire che il Caucaso non sia affatto pericoloso. Ovviamente, il Caucaso settentrionale, che è più vicino a Sochi e pieno di località turistiche (soprattutto località sciistiche come Arkhyz), non è gravato da nessun pericolo o minaccia. Allo stesso tempo, ci sono luoghi (come alcune zone in Daghestan) che sono inondati da forze di sicurezza, dove sono necessarie speciali autorizzazioni soltanto per entrare. Potete trovare di tutto.

Photo by Anton Lange. Used with permission.

“Le torri dei due rivali” su una diramazione della catena montuosa di Skalisty. Foto di Anton Lange, usata con autorizzazione.

KK: Fino a tempi molto recenti, la storia del Caucaso russo è stata una storia di conflitto tra l'impero e le popolazioni autoctone, per dirla così. Può raccontarci i momenti interessanti del suo lavoro nel progetto, quando ha intenzionalmente attenuato qualcosa, lasciando qualcosa fuori dallo schermo? Non ha mia avuto la sensazione di dover “correggere la realtà”?

AL: I wouldn't say we had to edit the reality. There were stories, however—certain things that we could have emphasized more. I'm talking about both more recent episodes, like the Chechen Wars, and things from the more distant past, like the deportation of entire peoples in Stalin's time, and the tragic events in Kabardino-Balkaria, for instance.

Personally, though, this wasn't something I engaged in; I'm not too involved in politics or history. My interests lie in the region's nature, ethnography, landscapes, and portraits—the artistic, traditional, and classical genres, instruments, and methods of exploring the outside world.

That said, we did include—in both the album and in the exhibition—villages destroyed in 1942 by agents in the NKVD [the KGB predecessor]. It's hard to pass any unambiguous judgment on the situation there.

The first thing to consider is that the Caucasus—the North Caucasus—is unbelievably hospitable. The roots of this hospitality lie in the ancient highland law, the so-called adat. When certain peoples were converted to Islam, they adopted a whimsical combination of adat and Sharia law. Later on, this cultural combination was entangled with Soviet customs and Soviet law. But adat remained the basis of highland ethics and highland law. In fact, [the hospitality required by] adat is the highland law, and highland hospitality is not merely an act of individual goodwill.

Khychin pies. Photo by Anton Lange. Used with permission.

“Khychin pies” (pane sottile e morbido). Foto di Anton Lange, usata con autorizzazione.

Thus, speaking of Dagestan, it's worth noting that there isn't a single hotel in highland Dagestan, and it is the largest republic in the North Caucasus. There are a few in the lowland part of the republic, near the Caspian Sea, but there is none in the mountains. If you are traveling in the mountains, you will definitely be staying at people's homes as a guest. Caucasian hospitality doesn't mean that someone is more hospitable than others, or that someone is willing to welcome a guest while the other is not. This kind of hospitality is a universal obligation to welcome every guest. It is not a matter of discussion; it goes without saying.

As soon as you arrive in an ancient highland village, such as Kubachi or Khunzakh, or any Dagestani settlement, everyone welcomes you with great enthusiasm as a representative of “the big Russia.” Everyone tells you, “A lot of Russians used to come to us, but no one comes now, because they are afraid, and it makes us so frustrated and sad….” And they invite you into their homes, offer a cup of tea or some local treats, and suggest that you stay at their place. No one charges you any money, as it is prohibited by the same highland rule. Anyone who dares take your money invites great shame in the eyes of their fellow villagers.

Paradoxically, there is no concept of tourism in this land; there are only guests. I don't mean touristic destinations such as Arkhyz or the vicinity of Mount Elbrus—I'm talking about places where ancient ways are maintained, such as highland Dagestan, highland Ingushetia, highland Chechnya, or highland Kabardino-Balkaria. It's very difficult to give a definite answer to the question about conflicts…

Chechnya has gone through two terrible wars, preceded by mass deportations during WWII, in 1944. The Chechen people have survived one tragedy after another. The Chechens could be holding a huge grudge against us [Russians], but I have experienced an amazing destruction of stereotypes. It hasn't been even a decade since the debates about Grozny's restoration (the city was in such ruins that city planners even discussed rebuilding the capital in a different spot), and today you can come to Grozny as a welcome, seemingly long-awaited guest.

The Bezengi Glacier. Photo by Anton Lange. Used with permission.

Il ghiacciaio Bezengi. Foto di Anton Lange, usata con autorizzazione.

When you come to the Chechen highlands, you are received in the same way. And the people are sincerely happy to see you, because, again, you are an ambassador of the great country, the big Russia. I am convinced that every single resident of the North Caucasus is bound to feel isolated from the rest of the world, even if it's on a subconscious level. Because of the bias and a variety of other reasons, people from the North Caucasus face a lot of barriers. This is why the Internet is so widespread there and the use of social networks and Instagram is so ubiquitous: they serve as a window to the great outer world. This is why they are so keen on surfing the Net and Instagramming: they are all visionaries. They have to see everything and show it to the world, passing it around to everyone. I'd say it looks even more obsessive than anywhere else around the world.

During my first visits to Chechnya, I kept trying to understand how that terrible war that claimed so many civilians’ lives ended such a short time ago. Historically, it ended only yesterday. I kept trying to understand how we, the Russians, are perceived, almost forcing myself to feel resentment of the locals, or something hidden under a mask. But I couldn't feel any of it. Maybe there was something, but I never felt it.

I asked the people how it is that so much blood was spilled so recently, but that it doesn't feel this way in the region. And most of them answered something like, “You know, the blame was partly ours, too, and our share was pretty big. We just accepted that the hostilities couldn't go on forever, and both consciously and subconsciously we accepted a certain mutual settlement and agreed to a clean slate.”

It seems to me that people in the Caucasus know the price of resentment, betrayal, and blood better than people anywhere else. They know that the price of resentment is immeasurably great, and you need to have enough strength, courage, and wisdom to get over an offense—to step over it—as the price you would have to pay otherwise is a thousand times more. Unsurprisingly, the nations that once had a tradition of blood feud know it a lot better than others. This might even facilitate processes like mutual understanding, mutual forgiveness, or mutual settlement—I can't think of an exact term. Generally, it's a very interesting experience, both psychological and personal, as well as humanistic. One thing for sure: you can't hope to gain a deep insight all at once—it's too complicated a story. It takes a lot of visits.

AL: Non direi che abbiamo dovuto correggere la realtà. Ci sono comunque state storie, alcune cose che avremmo potuto enfatizzare di più. Sto parlando sia di alcuni episodi più recenti come le Guerre Cecene, sia di cose da un passato più distante, come la deportazione di interi popoli all'epoca di Stalin, e i tragici eventi in Kabardino-Balkaria, ad esempio.

Personalmente, tuttavia, questo non è stato qualcosa in cui mi sono impegnato; non sono troppo coinvolto nella politica o nella storia. I miei interessi riguardano la natura della regione, l'etnografia, i paesaggi e i ritratti: i generi artistici, tradizionali e classici, gli strumenti e i metodi di esplorare il mondo esterno.

Detto questo, abbiamo incluso, sia nell'album che nell'esposizione, i villaggi distrutti nel 1942 dagli agenti nel NKVD [il predecessore del KGB]. È difficile pronunciare un eventuale giudizio non ambiguo sulla situazione laggiù.

La prima cosa da considerare è che il Caucaso, il Caucaso settentrionale, è incredibilmente ospitale. Le radici di questa ospitalità risalgono all'antica legge degli altopiani, la cosiddetta adat. Quando alcuni popoli sono stati convertiti all'Islam, hanno adottato una bizzarra combinazione di adat e legge sharia. Più tardi, questa combinazione culturale si è intrecciata alle tradizioni sovietiche e alla legge sovietica. Tuttavia la adat è rimasta la base dell'etica degli altopiani e della legge degli altopiani. Di fatto, [l'ospitalità richiesta da] adat è la legge degli altopiani, e l'ospitalità degli altopiani non è solamente un atto di benevolenza individuale.

Così, parlando del Daghestan, vale la pena notare che non c'è un solo hotel negli altopiani del Daghestan, che è la più grande repubblica nel Caucaso settentrionale. Ce ne sono alcuni nella parte del bassopiano della repubblica, vicino al Mar Caspio, ma non ce n'è nessuno nelle montagne. Se state viaggiando in montagna, sarete sicuramente ospiti nelle case della popolazione. L'ospitalità del Caucaso non significa che qualcuno sia più ospitale degli altri, o che qualcuno voglia accogliere un ospite e l'altro non voglia. Questo tipo di ospitalità è un obbligo universale di accogliere ogni ospite. Non è una questione di discussione; avviene senza parlarne.

Non appena arrivate in un antico villaggio nell'altopiano, come Kubachi o Khunzakh, o qualsiasi insediamento nel Daghestan, tutti vi accolgono con grande entusiasmo come un rappresentante della “grande Russia.” Tutti vi dicono: “Molti russi erano soliti venire da noi, ma adesso non viene più nessuno, perché hanno paura, e questo ci rende così demoralizzati e tristi….” E vi invitano nelle loro case, vi offrono una tazza di tè o qualche leccornia locale, e suggeriscono che stiate a casa loro. Nessuno vi chiede denaro, poiché è proibito dalla stessa legge degli altopiani. Chiunque osi chiedervi del denaro crea una grande vergogna negli occhi degli abitanti del loro villaggio.

Paradossalmente, non c'è un concetto di turismo in questo territorio; ci sono solo ospiti. Non intendo le destinazioni turistiche, come Arkhyz o i dintorni del monte Elbrus. Sto parlando di luoghi dove si mantengono gli antichi percorsi, come gli altopiani del Daghestan, gli altopiani di Inguscezia, gli altopiani della Cecenia o gli altopiani di Kabardino-Balkaria. È davvero arduo dare una risposta definitiva alla domanda sui conflitti…

La Cecenia ha attraversato due terribili guerre, precedute da deportazioni di massa durante la Seconda Guerra Mondiale, nel 1944. Il popolo ceceno è sopravvissuto a una tragedia dopo l'altra. I ceceni potrebbero conservare un enorme rancore contro di noi [i russi], ma ho fatto l'esperienza di una straordinaria distruzione di stereotipi. È trascorso meno di un decennio dai dibattiti sulla ricostruzione di Grozny (la città era così ridotta in rovine, che gli urbanisti hanno persino discusso di ricostruire la capitale in un luogo diverso), e oggi potete venire a Grozny come un ospite benvenuto, atteso apparentemente a lungo.

Quando venite negli altopiani ceceni, siete accolti allo stesso modo. E la gente è sinceramente felice di vedervi, perché, di nuovo, siete ambasciatori del grandioso Paese, la grande Russia. Sono convinto che ogni singolo residente del Caucaso settentrionale sia destinato a sentirsi isolato dal resto del mondo, anche se a un livello subconscio. A causa dei pregiudizi e di svariati altri motivi, la popolazione del Caucaso settentrionale si trova di fronte a molte barriere. Ecco perché Internet è così diffuso laggiù e l'uso dei social network e di Instagram è così ubiquitario: servono da finestra verso il grande mondo esterno. Ecco perché sono così entusiasti di navigare in rete e in Instagram: sono tutti visionari. Devono vedere tutto e mostrarlo al mondo, divulgandolo a tutti. Direi che sembra persino più ossessivo che in qualsiasi altro luogo nel mondo.

Durante la mia prima visita in Cecenia ho continuato a cercare di comprendere come quella terribile guerra, che è costata la vita a tanti civili, è terminata così poco tempo fa. Storicamente, è terminata soltanto ieri. Ho continuato a cercare di comprendere come noi, i russi, veniamo percepiti, quasi costringendomi a sentire il risentimento dei locali o qualcosa di nascosto sotto una maschera. Ma non sono riuscito a sentirlo. Forse ce n'era, ma non l'ho mai sentito.

Ho chiesto alla gente com'è possibile che sia stato versato tanto sangue così recentemente, ma non lo sentono così in questa regione. E la maggior parte di loro hanno riposto qualcosa del tipo: “Sai, è stata in parte anche colpa nostra, e la nostra parte era piuttosto grande. Abbiamo semplicemente accettato che le ostilità non possono continuare per l'eternità, abbiamo accettato sia consciamente sia inconsciamente una certa risoluzione reciproca e concordato un nuovo programma.”

Mi sembra che la popolazione nel Caucaso conosca il prezzo del risentimento, tradimento e sangue meglio della gente altrove. Sanno che il prezzo del risentimento è incommensurabilmente elevato, e si deve avere sufficiente forza, coraggio e saggezza per superare un'offesa, per passare oltre, poiché il prezzo che si dovrebbe pagare altrimenti sarebbe mille volte maggiore. Non sorprende che le nazioni che un tempo avevano una tradizione di sanguinosa faida lo sappiano molto meglio degli altri. Questo potrebbe persino agevolare i processi di reciproca comprensione, reciproco perdono o reciproco insediamento. Non riesco a pensare ad un termine esatto. In generale, è un'esperienza molto interessante, sia psicologica che personale, e umanistica. Una cosa è sicura: non potete aspettarvi di conseguire una visione profonda in una volta sola. È una storia troppo complicata. Sono necessarie molte visite.

Photo by Anton Lange. Used with permission.

Foto di Magomed Shapiev, usata con autorizzazione.

KK: Com'è il Caucaso per un fotografo? Che cosa lo rende speciale? Lo definiresti una destinazione esotica?

AL: The mountains present a huge difficulty for a photographer in general because their beauty is commonplace. It's incredibly difficult to take an interesting mountain photograph. The closer you are to perfection in terms of technical skills, the weather and the chosen routes, the more and more often you face a glossy postcard view. In such situations, my cameraman would pack his lens, saying, “Let's wait for the weather to get worse.” More than any other landscape on the Earth, the mountains offer a range of banalities: rocky cliffs, glaciers, snowy peaks…. Bang your head against them if you like, but it's impossible to figure out what to do with them.

And this is why the mountains challenge not only mountaineers, but photographers, as well: try and find an exciting, original angle, make your pictures different from millions of other mountain photographs taken all over the world. Make your Caucasus stand out, or at least make it differ from the American Rocky Mountains or any other highlands. This task is in fact very demanding, and probably crucial.

AL: Le montagne costituiscono un'enorme difficoltà per un fotografo in generale, perché la loro bellezza è un luogo comune. È incredibilmente difficile scattare una fotografia interessante in montagna. Più vi avvicinate alla perfezione in termini di abilità tecniche, condizioni metereologiche e gli itinerari scelti, sempre più spesso vi ritrovate con un panorama da cartolina patinata. In tali situazioni, il mio cameraman metterebbe via le sue lenti, dicendo: “Aspettiamo che il tempo peggiori.” Più di ogni altro paesaggio sulla Terra, le montagne offrono una gamma di banalità: dirupi rocciosi, ghiacciai, cime innevate… Battete la testa contro di loro se volete, ma è impossibile decidere cosa farci.

Ed è per questo che le montagne sfidano non solo gli alpinisti, ma anche i fotografi: provate a creare una prospettiva spettacolare e originale, scattare le vostre immagini diverse da quelle di milioni di altri fotografi di montagna, scattate ovunque nel mondo. Fate emergere il vostro Caucaso, o almeno rendetelo diverso dalle Montagne Rocciose in America o qualsiasi altro altopiano. Questo compito è molto impegnativo e probabilmente cruciale.

Photo by Anton Lange. Used with permission.

Il villaggio di Gunib. Foto di Anton Lange, usata con autorizzazione.

KK: Anton, che cos'è il progetto “Range Project” in questo momento? Che cosa sta succedendo con l'album e altre creazioni? Che cos'è disponibile oggi e quale tipo di lavoro è in corso?

AL: Presently, The Range Project is still in the production stage. Jointly with our partners, the Northern Caucasus Resorts JSC, we spent a year and a half—almost two years—filming and photographing over the course of fifteen or so expeditions, which actually covered the entire territory of the North Caucasus. Of course, it wasn't a linear journey, and it never is, in such large and logistically complex projects.

These expeditions formed a kind of a mosaic that would fill out along the way, forming an artistic, entirely original picture. A spectator can get an impression that the journey is linear because of how it's presented, but in fact it's not true. Tracing expedition routes is one of the most exciting parts of any major project. Now that the shooting period is over, we have entered the stage of post-production, more or less.

The first result is a large photo album. Regrettably, there are a very limited number of prints, and we're really hoping to make it available for the general public by issuing a larger number of copies over the next year.

The second part of the project, which I find very important, is the film I made as an independent producer, co-director, and partly anchor, like it was with all of my other original films about Russia. Currently, it exists as footage ready for post-production and editing. Ideally, I see it as a two- or three-episode film, semi-fiction and semi-documentary—an unprecedented creation about the North Caucasus.

Aktoprak Mountain Pass. Photo by Anton Lange. Used with permission.

Passo sul Monte Aktoprak. Foto di Anton Lange, usata con autorizzazione.

The third part is the exhibition, as the project is worthy of a most extensive display. What I see is a major exhibition of 300–350 large-size works that can be exposed in a hall the size of Moscow's New Manege or the Engineering Building of Tretyakov Gallery. And, last but not least, exhibitions must be held in the region itself, in the North Caucasus. One of my principal goals is making such projects accessible to the public, both in Russia and abroad. Photographers have a limited number of traditional, conservative ways of presenting their works to the public: a book, an exhibition, print media coverage, and sometimes, although not often, films. All of them are complex and costly, and this during a recession [in Russia].

I'm generally averse to the Internet, but I've begun to realize that the Web offers exceptional opportunities. We are now launching a [long-read] dedicated to the project and pages on social networks, in order to present our work to the largest audience possible and receive feedback. In our case, we also have a very special audience: the peoples of the North Caucasus, a region with an ardent commitment to national self-identification and local customs, and an interest in attracting the outer world's attention. Without doubt, it imposes certain extra obligations on anyone who works in the Caucasus.

AL: Attualmente [nel 2016], il Range Project è ancora in fase di produzione. Congiuntamente con i nostri partner Northern Caucasus Resorts JSC, abbiamo trascorso un anno e mezzo, quasi due anni, filmando e fotografando durante circa quindici spedizioni, che hanno coperto l'intero territorio del Caucaso settentrionale. Naturalmente non è stato un viaggio lineare e non lo sarà mai, in progetti così ampi e complessi nella logistica.

Queste spedizioni creano una specie di mosaico che si completa durante il percorso, formando un'immagine artistica completamente originale. Uno spettatore potrebbe avere l'impressione che il viaggio sia lineare, per come è presentato, ma di fatto non è vero. Tracciare i percorsi della spedizione è una delle parti più entusiasmanti di ogni grande progetto. Adesso che il periodo delle fotografie è concluso, siamo entrati nella fase della post-produzione, più o meno.

Il primo risultato è un grande album fotografico. Purtroppo il numero di stampe è molto limitato, e speriamo davvero di renderlo disponibile al grande pubblico, stampando un più alto numero di copie durante il prossimo anno.

La seconda parte del progetto che considero molto importante è il film che ho realizzato come produttore indipendente, co-regista e in parte conduttore, come in tutti gli altri miei film originali sulla Russia. Per ora esiste un filmato pronto per la post-produzione e il montaggio. Idealmente lo vedo come un film in due o tre episodi, semi-narrativa e semi-documentario: una creazione senza precedenti sul Caucaso settentrionale.

La terza parte è l'esposizione, perché il progetto merita una visualizzazione più estesa. Immagino una grande esposizione di 300–350 opere di grandi dimensioni che possono essere esposte in una sala delle dimensioni del New Manege a Mosca o del Engineering Building della Galleria Tretyakov. E infine, ma non meno importante, le mostre devono svolgersi nella regione stessa, nel Caucaso settentrionale. Uno dei miei principali obiettivi è rendere tali progetti accessibili al pubblico, sia in Russia che all'estero. I fotografi hanno un numero limitato di modi tradizionali e conservatori di presentare i loro lavori al pubblico: un libro, un'esposizione, la copertura della carta stampata e a volte, benché non spesso, i film. Sono tutti complessi e costosi, e questo durante una recessione [in Russia].

Sono generalmente avverso a internet, ma ho iniziato a comprendere che la rete offre eccezionali opportunità. Adesso stiamo lanciando una [lunga lettura] dedicata al progetto e le relative pagine sui social network, per presentare il nostro lavoro al più ampio pubblico possibile e ricevere feedback. Nel nostro caso, abbiamo anche un pubblico molto speciale: le popolazioni del Caucaso settentrionale, una regione con una appassionata dedizione alla auto-identificazione nazionale e alle usanze locali, e un interesse ad attrarre l'attenzione del mondo esterno. Senza dubbio, questo impone determinati obblighi supplementari a chiunque lavori nel Caucaso.

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