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Simón Bolívar, stimato liberatore o infame dittatore?

SimónBolívar

Simón Bolívar, dipinto a olio di José Gil de Castro. Immagine di Wikimedia, utilizzata sotto licenza Creative Commons.

La seguente è una versione ridotta di un articolo pubblicato per la prima volta sul blog “Globalizado”.

Il 24 luglio (2014) ha segnato l'anniversario della nascita del “liberatore” Simón Bolívar [it], un leader politico di spicco nella lotta all'indipendenza dagli spagnoli dell'America Latina. Nel suo paese natale, il Venezuela, Bolívar è stato celebrato partendo da un film [es, come i link a seguire, salvo diversa indicazione] sulla sua vita. Ma in altri paesi (come il Perù), l'evento si è rivelato una semplice cerimonia da protocollo. Nel paese andino, infatti, Bolívar non gode della stessa reputazione.

Bolívar ha un giocato un ruolo fondamentale nei processi di emancipazione di cinque paesi latino americani (Bolivia, Colombia, Ecuador, Perù e Venezuela) ed è considerato una figura storica universale. Liberò prima il Venezuela e la Colombia, poi l'Ecuador, creando una vasta nazione chiamata “Gran Colombia”. Si recò poi in Perù per assicurare la sconfitta delle forze spagnole.

Ma prima di addentrarci nel periodo trascorso da Bolívar in Perù, veniamo alla sua personalità. Il giornalista Álvaro Vargas Llosa scrive in un articolo che Bolívar era il miglior condottiero latino americano del suo tempo, ma quel suo “condottierismo” è proprio il cuore del problema latino:

José García Hamilton, un estudioso argentino de Bolívar, considera que el Libertador fue consistentemente dictatorial: “En su carta desde Jamaica (1815) y en la Convención Constituyente de Angostura (1819), Bolívar postula un sistema político con presidente vitalicio, una cámara de senadores hereditarios integrada por los generales de la independencia… La Convención de Angostura no aprueba este sistema para Venezuela ni tampoco la aprueba para Nueva Granada la siguiente convención de Cúcuta, pero luego Bolívar, en la flamante Bolivia, redacta personalmente una constitución con esas características, que luego es aprobada para el Perú. Luego pretende que ese sistema se extienda a la Gran Colombia, pero Santander rechaza que esa sanción se haga mediante atas populares, por no ser un procedimiento legal. “No será legal”, contesta Bolívar, “pero es popular y por lo tanto propio de una república eminentemente democrática”.

José García Hamilton, uno studioso argentino di Bolívar, crede che il liberatore fosse costantemente un dittatore: “Nella sua lettera dalla Giamaica (del 1815) e nella Convenzione di Angostura (del 1819), Bolívar ipotizzò un sistema politico con un presidente a vita, una camera di senatori ereditaria composta dai generali che avevano ottenuto l'indipendenza… La convenzione di Angostura non approvò questo sistema per il Venezuela, né lo approvò la successiva convenzione di Cúcuta per la Nuova Granada. Ma a quel punto Bolívar scrisse una costituzione nell'appena nata Bolivia comprensiva di questi elementi, poi approvata anche in Perù. Ha poi provato ad estendere questo sistema alla Gran Colombia, ma Santander gli disse che la procedura che stava cercando di usare non era legale. “Forse non sarà legale”, rispose Bolivar, ” ma è popolare, e quindi giusta per una repubblica democratica.”

La sua mancanza di considerazione del popolo indigeno (sfociando nel razzismo), è questione controversa. In un blog anonimo, uno studente riflette sull'analisi di un testo studiato in classe realizzata dalla professoressa Cecilia Méndez Gastelumendi:

Antes de llegar a Perú, Simón Bolívar tenía una visión del indigena idealista […]. Pero en 1822, atravesando los Andes, Simón Bolívar se enfrento a la rebelión de los pastusos, que acosaban a su ejército, usando técnicas de guerrillas. Desde entonces su visión cambió radicalmente: el ser apacible se convirtió en bestia salvaje, bruta, despreciada, degradado. “Esos demonios merecen la muerte”: si es que algo siguió constante en el pensamiento bolivariano, fue su visión de los indígenas como seres incapaces de una concepción política. Pero si no se apartaban voluntariamente de la sociedad política, solo la aniquilación podía resolver el problema.

Prima di arrivare in Perù, Simón Bolívar aveva una visione idealistica degli indigeni […]. Ma nel 1822, attraversando le Ande, Simón Bolívar affrontò la ribellione dei “pastusos”, che si stavano avvicinando al suo esercito con la tecnica della guerriglia. Da allora, la sua visione cambiò drasticamente: il suo essere pacifico si trasformò in una bestia selvaggia, brutale, disprezzata, umiliata (“quei demoni meritano di morire”). Se c'è una costante nel modello di pensiero boliviano, è la visione degli indigeni come esseri incapaci di concepire la politica. Ad ogni modo, se non si fossero volontariamente distaccati dalla società politica, l'unico modo per risolvere il problema sarebbe stato annientarli.

I peruviani ricordano Bolívar come colui che smembrò il loro paese natale. Secondo lo storico peruviano Hugo Pereyra Plasencia, è necessario andare dritti alle fonti (lettere, giornali, documenti ufficiali) affinché sia chiaro “che noi peruviani eravamo estremamente disprezzati da lui”, affermando che per lo stesso Bolívar, il Perù era una minaccia:

Bolívar tuvo muy clara esta percepción y, de hecho, por eso hizo todo lo posible por crear un hegemón alternativo: la Gran Colombia, que estuvo integrado por las actuales Colombia, Venezuela y Ecuador, con pretensiones sobre Guayaquil y sobre el río Amazonas y su gigantesca área circundante. La Gran Colombia nació así como un contrapeso al supuesto peligro peruano.

Bolivar aveva molto chiara questa percezione; è per questo, infatti, che fece tutto quello che era in suo potere per creare un'egemonia alternativa: la Gran Colombia, formata dall'attuale Colombia, il Venezuela e l'Ecuador, con delle pretese sul Guayaquil e su tutto il Rio delle Amazzoni e la vastissima area circostante. La Gran Colombia nacque come contrappeso alla presunta minaccia peruviana.

Durante il celebre incontro di Guayaquil nel 1822, tra Bolívar e il generale José de San Martín [it], il primo aveva già proclamato Guayaquil sotto il protettorato della Gran Colombia, portando praticamente alla sua annessione, anche se Guayaquil si trovava sul territorio peruviano. Inoltre, Pereyra sostiene:

En 1823, Bolívar llegó al Perú no tanto por dar la libertad a sus hermanos peruanos que sufrían las cadenas del absolutismo (idea que él siempre manifestaba de modo grandilocuente y, por supuesto, hipócrita), sino principalmente por el interés geopolítico de destruir de raíz lo que consideraba como una amenaza para la Gran Colombia, […] Por eso se crea Bolivia, para cortarle las patas al “monstruo” peruano,

Nel 1823, Bolívar arrivò in Perù non tanto per liberare i suoi fratelli peruviani che soffrivano per le catene dell'assolutismo (un pensiero che ha sempre manifestato in modo altisonante, e di certo, ipocrita), ma soprattutto per il suo desiderio geopolitico di distruggere la radice di quello che considerava essere una minaccia per la Gran Colombia […]. Ecco perché nasce la Bolivia, per tagliare le gambe al “mostro” peruviano.

Oltre all'attività di liberazione militare che culminò nella vittoria della battaglia di Ayacucho [it] nel 1824, c'è molto da dire sul periodo che Bolívar trascorse in Perù. Il venezuelano Antonio Esclera Busto racconta:

Una vez completada la independencia peruana, Bolívar convoca de nuevo al Congreso Constituyente el 10 de febrero de 1825 […] Este Congreso nombra a Bolívar “Padre y Salvador de la Patria” y ordena que se erija la estatua ecuestre en la plaza del Congreso, donde está actualmente, así como el pago, como una “pequeña demostración de reconocimiento” de una recompensa al Libertador de 1.000.000 de pesos, cantidad que representaba, más o menos, la tercera parte del presupuesto anual del Perú de la época.

Ottenuta l'indipendenza peruviana, il 10 febbraio del 1825, Bolívar convoca ancora una volta il Congresso Costituente […]. Il congresso nomina Bolívar “salvatore della patria e suo padre fondatore”, ordinando che venisse eretta una statua equestre dal valore di 1.000 000 pesi (più o meno un terzo del bilancio annuale peruviano del tempo) nella Plaza Murillo (dove si trova oggi), come omaggio o “piccolo simbolo di riconoscenza” verso il “liberatore”.

​Una volta diventato dittatore del Perù, le azioni del suo governo lasciarono molto a desiderare, e influenzarono negativamente la popolazione indigena del Perù che lui disprezzava, come già menzionato sopra:

En abril de 1825, Bolívar, en uso de sus plenos poderes, dispone la anulación de la emancipación de los esclavos que había decretado San Martín […] el 11 de agosto de 1826, Bolívar implanta de nuevo el tributo del indígena, que ya había sido eliminado […] por San Martín el 27 de agosto de 1821.

Algunos autores defienden el decreto de Bolívar por la justificación de proveer recursos a un Estado casi en estado de insolvencia. Que el Estado estaba casi en quiebra es cierto, pero no justifica que se recurriese a un tributo solo por la raza y no por la cuantía de la riqueza del ciudadano.

Nell'aprile del 1825, sfruttando i suoi pieni poteri, Bolívar dispone l'annullamento della liberazione degli schiavi già decretata da San Martín […] l'11 agosto del 1826. Bolívar aumenta ancora una volta la tassazione per gli indigeni, cosa che era già stata revocata […] sempre da San Martín il 27 agosto del 1821.

Alcuni autori difendono il decreto di Bolívar, dicendo che le risorse erano affidate a una nazione quasi in stato di insolvenza. È vero che lo stato era quasi in bancarotta, ma non è giustificabile la regressione a una tassazione unicamente basata sulla razza, e non sul livello di benessere del cittadino.

Consapevole della poca considerazione dei peruviani nei confronti di Bolívar, il venezuelano Ramón Urdaneta ha consultato diverse fonti e pubblicato dei dati interessanti sul suo blog:

[…] el economista e historiador Herbert Morote, lo tilda en calidad de “enemigo público Nº 1 del Perú”, pues “fue un hombre de derecha y no introdujo ninguna reforma social en el país […]. Añade el estado de presión que Bolívar mantuvo en el Perú, mandando a fusilar a sus opositores, hasta por sospechas infundadas […]. A Bartolomé Salom el caraqueño en febrero de 1824 le escribe “Esto está lleno de partidos y todo plagado de traidores. empìezan a tenerme miedo… se compondrá todo esto con la receta de las onzas de plomo…”. A lo que se suma lo escrito por el americano Hiram Paulding sobre que Bolívar le expresó que los “peruanos eran unos cobardes y que, como pueblo, no tenían una sola virtud varonil”.

[…] lo storico ed economista Herber Morote lo descrive come “il nemico nº 1 del Perù,” perché “era un uomo di destra e non introdusse nessuna riforma sociale nel paese […]. Parla anche della pressione che Bolívar esercitò sul Perù, ordinando la fucilazione dei suoi avversari, anche per dei sospetti infondati […]. Nel febbraio del 1824, scrisse a Bartolomé Salom da Caracas che: “Qui è così pieno di partiti invasi da traditori, che mi sto spaventando… tutto questo fa parte di una ricetta con un pizzico di piombo…” L'americano Hiram Paulding aggiunge che per Bolívar “i peruviani erano dei codardi, e che, come popolo, mancavano di virilità.”

Nel suo blog, Jorge Sayegh riporta questa citazione:

Jorge Basadre, el historiador peruano más reconocido, dice que Bolívar fue un romántico en 1804, diplomático en 1810, jacobino en 1813, paladín de la libertad en 1819 y genio de la guerra en 1824. Sugiere el historiador que en los años 1825 y 26 al Perú le tocó el peor de los Bolívares, el “imperator”.

Jorge Basadre, lo storico più noto del Perù, dice che nel 1804 Bolívar è stato un romantico, nel 1810 un diplomatico, nel 1813 un giacobino, un paladino della libertà nel 1819 e un genio della guerra nel 1824. Lo storico suggerisce che tra il 1825 e il 1826, il Perù abbia dovuto affrontare il peggiore tra i bolívares, l’ “imperatore.”

Non solo Bolívar riuscì a farsi proclamare dittatore dal congresso, ma indusse e ottenne anche l'ulteriore approvazione di una costituzione vitalizia con se stesso come presidente a vita. A causa dei viaggi di Bolívar in Colombia, il suo governo ebbe vita breve e il Cabildo de Lima (Concilio di Lima) del 1827 annullò la costituzione, che durò solo 50 giorni. In un altro articolo, Antonio Escalera Busto conclude:

Para el escritor peruano Félix C. Calderón el juicio de valor sobre Bolívar es: “El Bolívar que aparece con la lectura de sus propias cartas disponibles es un hombre ambicioso que comete el grave error de manchar su incuestionable trayectoria libertaria con los sueños de opio de una dictadura perpetua, aun a costa de volver a hipotecar la independencia de los pueblos que había supuestamente libertado. No es el santo varón desprendido y desinteresado, ni un demiurgo consumado que solo busca sembrar paz y concordia entre los pueblos; sino un habilísimo taumaturgo del lenguaje que ha descubierto en las palabras la mejor manera de ocultar sus non sanctas intenciones”.

Per lo scrittore peruviano Felix C. Calderon, il giudizio complessivo su di lui è: “Il Bolívar che si mostra pronto a giocare a carte scoperte è un uomo ambizioso, che commette il grave errore di macchiare la sua indubitabile condotta libertaria con il sogno di una dittatura perpetua, anche a costo mettere a repentaglio l'indipendenza dei popoli che aveva apparentemente liberato. Non è né un santo generoso e disinteressato, né un demiurgo consumato che cerca di seminare pace e armonia tra i popoli; ma un abilissimo taumaturgo del linguaggio che ha trovato, nella parola, il miglior modo di nascondere le sue intenzioni non sanctas.”

Come nota l'avvocato Freddy Centurión, “la sconfitta della costituzione vitalizia in Perù fu l'inizio della fine per il “liberatore”. Da allora in poi il suo sogno si sarebbe sgretolato come un castello di sabbia, venendo condannato ed esiliato in Colombia, dove morì di tubercolosi nel 1830.”

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