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La quarantena inciderà sul diritto all'aborto in Colombia, afferma un'avvocatessa per i diritti umani

Foto di Alvaro Bejarano, sotto la licenza di Pixabay.

Leggi la copertura speciale di Global Voices: In che modo combattono le donne contro la violenza di genere in America Latina? [it]

Le misure prese dal governo della Colombia per contenere [es, come tutti i link successivi, salvo diversa indicazione] la diffusione del COVID-19, come la quarantena nazionale e la chiusura delle frontiere, anche se necessarie per la protezione della salute della popolazione, possono rendere l'accesso ai servizi essenziali per la salute sessuale e riproduttiva più difficile per le donne colombiane e venezuelane.

Selene Soto, avvocatessa dell'organizzazione Women's Link Worldwide a Bogotà, ha raccontato a Global Voices: “Anche in tempo di pandemia, le donne continueranno ad avere bisogno di servizi per accedere a un aborto sicuro, alla contraccezione d'emergenza e alla protezione contro abusi e violenza sessuale”.

In Colombia, l'aborto è autorizzato in tre casi: grave malformazione del feto, rischio per la vita e la salute della donna, e stupro. Nonostante le sentenze della Corte Costituzionale che garantiscono questo diritto, continuano a esserci ostacoli informativi, sociali ed economici che non permettono a donne e ragazze, soprattutto nelle regioni povere e isolate, di interrompere la gravidanza in modo sicuro.

C'è anche un altro rischio. Il Codice Penale classifica l'aborto come un crimine se si verifica (o se il procedimento viene intrapreso) al di fuori dei tre casi. Pertanto, temendo di essere incriminate, molte donne, soprattutto le più povere nelle regioni rurali, finiscono per sottoporsi ad aborti non sicuri che mettono a rischio la loro salute e la loro vita.

Secondo Soto: “Se le politiche e i decreti di emergenza sanitaria non sono concepiti in un contesto di diritti umani e prospettiva di genere, molte donne si troveranno prive di protezione e in pericolo”.

La Colombia è in quarantena nazionale fino al 13 aprile e questa misura potrebbe essere prolungata: al momento della stesura dell'articolo, i casi di COVID-19 confermati sono 798 e continuano ad aumentare. Il governo permette il movimento delle persone solo in alcuni casi eccezionali, come l'approvvigionamento di alimenti e il ricorso a servizi sanitari, ma non si parla del diritto alla salute sessuale e riproduttiva. Chi viola le misure di isolamento obbligatorio e quarantena sarà multato. Sono possibili anche sanzioni penali fino a 8 anni di carcere.

“Queste eccezioni dovrebbero includere esplicitamente i servizi che permettono di mantenere e garantire l'accesso alla salute sessuale e riproduttiva”, sostiene Selene Soto. “Non solo l'accesso all'aborto, ma anche agli anticoncezionali di emergenza e l'accesso alla sanità per le donne vittime di violenza sessuale”.

Ad esempio, dice Soto, se una donna in una regione isolata ha bisogno di abortire e per farlo ha bisogno di spostarsi in un'altra città, avrà bisogno di seguire procedure amministrative e ottenere permessi che non potranno essere gestiti in tempo. Questa situazione incide direttamente sulla possibilità di interrompere gravidanze non desiderate e allo stesso tempo potrebbe spingere le donne a sottoporsi ad aborti non sicuri, aggravando così il rischio di mortalità.

Anche se non ci sono cifre stabilite chiaramente, si calcola che annualmente in Colombia in media 400 mila donne si sottopongono ad aborti clandestini e circa 70 donne muoiono ogni anno a causa di queste procedure.

“È necessario assicurare che [il diritto all'interruzione volontaria di gravidanza] sia garantito in questo periodo di emergenza umanitaria”, sostiene Soto.

Anche le migranti venezuelane sono colpite

Anche se la frontiera è stata chiusa, i migranti venezuelani, disperati per le condizioni di povertà estrema e il collasso della sanità pubblica nel loro Paese, continuano ad attraversarla a piedi [en], usando scorciatoie e passaggi clandestini. In questa situazione al di fuori del controllo del governo sono donne e bambine migranti ad essere più vulnerabili, a causa del traffico di esseri umani e della violenza sessuale.

“Senza protezione, con maggior rischio di contagio e senza il controllo delle autorità sanitarie sulla situazione al confine, le donne [migranti] sono più a rischio e avranno molta più difficoltà ad accedere ai servizi sanitari”, dice Soto. Anche le donne incinte e in allattamento non hanno alcuna protezione.

Con la presenza di quasi 2 milioni di migranti venezuelani in Colombia, anche prima della pandemia si verificavano limitazioni dei servizi di salute sessuale e riproduttiva per rispondere alle necessità delle donne migranti. Molte di loro non conoscono i propri diritti e tutele giuridiche e a volte devono affrontare ostacoli e maltrattamenti da parte del personale sanitario.

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